Quando politica e magistratura si intrecciano, i confini sfumano e diventa difficile separare l’una dall’altra. Ma la mossa che sta prendendo forma sotto traccia- un ricorso cautelare per chiedere il sequestro conservativo delle risorse economiche dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) segna un rilevantissimo punto di svolta dell’attuale campagna referendaria, e non può essere liquidata come una semplice polemica interna tra favorevoli e contrari alla separazione delle carriere. Si tratta – è bene chiarirlo – di una iniziativa tutt’altro che estemporanea. È, piuttosto, la risposta giuridica più coerente a una situazione che rischia di travalicare i confini statutari dell’associazione: è legittimo usare fondi di tutti per una campagna referendaria con chiari obiettivi politici contro un piano di riforme approvato dal Parlamento e, quindi, dal massimo organo legislativo del Paese? La tesi centrale è chiara: le risorse dell’Anm appartengono agli iscritti, non a una interpretazione estesa di «partecipazione civile». Devono essere impiegate per gli scopi previsti dallo statuto, non per campagne politiche su temi costituzionali dove non è affatto scontato che tutti gli iscritti si riconoscano.
I numeri parlano da soli. L’Anm ha già deliberato uno stanziamento iniziale di 500mila euro per sostenere iniziative contro la riforma. Si tratta di mezzi usati per affissioni di grande formato, maxischermi in snodi ad alta frequentazione e una strategia comunicativa su scala nazionale. E non finisce qui: il possibile raddoppio dell’investimento, fino a 1 milione di euro, è all’ordine del giorno del Comitato direttivo centrale, riunito il 17 gennaio per decidere proprio su questo punto. Queste risorse non derivano da contributi esterni, bensì dalle quote associative. Con un aumento deciso di recente - dalla quota annuale di 120 a 180 euro - l’Anm ha generato un flusso aggiuntivo stimato in circa 550mila euro all’anno. Si tratta di denaro prelevato dalle tasche dei magistrati stessi, non di donazioni o finanziamenti terzi.
E va ricordato che l’associazione dispone anche di accantonamenti di circa 1,7 milioni di euro, risparmio accumulato negli anni e potenzialmente disponibile per spese future. Nel 2024 l’Anm ha già dimostrato di saper muovere cifre importanti: oltre 540mila euro spesi per l’organizzazione del congresso nazionale.
Tutto questo solleva una domanda cruciale: se un’associazione professionale può spendere centinaia di migliaia di euro per una campagna referendaria, quali sono i limiti di fondo e di statuto per impedire che risorse collettive siano usate per fini politici? Qui entra in gioco il sequestro conservativo: non un’arma punitiva, ma uno strumento preventivo che mira a evitare un depauperamento irreversibile delle finanze associative prima di un giudizio sul merito, spiegano a Libero i magistrati che stanno studiando il dossier. Protegge gli iscritti e la natura associativa contro un impiego dei fondi che potrebbe risultare fuori dagli scopi statutari. L’anonimato dei promotori dell’iniziativa - deciso per evitare potenziali sanzioni disciplinari o espulsioni - è una testimonianza della delicatezza del momento e della forte polarizzazione interna. Formalmente, il Comitato per il No è un soggetto distinto dall’Anm. Ma nella pratica, opera sulla base di direttive approvate dagli organi centrali dell’associazione, in un rapporto che molti criticano come stretta dipendenza funzionale. Non è un dettaglio formale: può diventare cruciale in sede giudiziaria.
Referendum giustizia, il sermone dell'imam per il "No" scatena FdI: "Serve aggiungere altro?"
"Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno ha scelto di attaccare frontalmente la magistratura. Meloni ...E c’è un altro dato evidente: lo schieramento pro -riforma non dispone di risorse comparabili. Questo squilibrio economico non è un argomento giuridico, ma costituisce lo sfondo di una vicenda che tocca equità e trasparenza nel dibattito pubblico. In definitiva, la partita si gioca sul terreno del diritto associativo e delle misure cautelari. Non si contesta la libertà di opinione: si interroga la potestà di una associazione professionale di impegnare somme significative in una campagna politica nazionale di grande impatto. Se e quando l’azione verrà formalizzata, toccherà a un giudice stabilire se l’utilizzo dei fondi Anm per la campagna referendaria rientri nei confini statutari o se sia, invece, un uso improprio di risorse associative. Fino ad allora, la questione resta aperta — e legittima — sul piano giuridico e del buon senso associativo. Toghe rosse permettendo.




