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Antonio Di Pietro sul difensore di Cusani: "Onore a Spazzali, mai stato un mio nemico"

di Massimo Costasabato 24 gennaio 2026
Antonio Di Pietro sul difensore di Cusani: "Onore a Spazzali, mai stato un mio nemico"

4' di lettura

È morto ieri a Milano, all’età di 87 anni, l’avvocato penalista Giuliano Spazzali, che ha legato il suo nome a tante e importanti vicende giudiziarie del nostro Paese. Classe 1939, Spazzali divenne nell’epoca di “Mani pulite” l’antagonista di Antonio Di Pietro in quanto difensore di Sergio Cusani, il primo imputato eccellente di Tangentopoli poi condannato per la tangente Enimont. Memorabili i suoi duelli in aula col pubblico ministero simbolo dell’inchiesta giudiziaria che sconvolse il panorama politico del nostro Paese. Spazzali difese, tra gli altri, anche l’anarchico Pietro Valpreda, ingiustamente accusato per la strage di piazza Fontana, e il leader di Autonomia Operaia Toni Negri. In gioventù aveva fatto parte del Soccorso Rosso, l’organizzazione che negli anni Settanta forniva assistenza legale e materiale ai militanti della sinistra extraparlamentare. Era fratello di Sergio Spazzali, anch’egli avvocato e difensore di molti esponenti delle Brigate Rosse e che morì esule in Francia il 22 gennaio 1994. Negli ultimi anni, racconta chi gli è stato vicino, era diventato appassionato di arte, psicoanalisi e geroglifici.

«Onore all’avvocato Giuliano Spazzali». La voce che risponde al telefono, alle otto di sera, è quella di Antonio Di Pietro. Il simbolo di Mani Pulite, il pubblico ministero più famoso del «pool» di Milano che ha cambiato la storia (e la politica) del nostro Paese durante la stagione di Tangentopoli. Durante il processo Enimont con l’accusa a Sergio Cusani per la “madre di tutte le tangenti”, Tonino si trovò di fronte proprio l’avvocato Giuliano Spazzali, il baffone che difendeva appunto Cusani e che divenne per i giornali e per la vulgata dell’epoca “l’anti-Di Pietro”. Perché i due, davanti ai giudici, diedero vita a un duello processuale ma anche televisivo, dal momento che le udienze venivano trasmesse dalla Rai. Alcuni spezzoni sono ancora oggi presenti su YouTube, caricati in modo artigianale da qualche appassionato del genere. Uno dei battibecchi più celebri del 1993 li vede entrambi in toga davanti ai banchi pieni di carte e conta quasi 300mila visualizzazioni. Da una parte Di Pietro, spazientito, che dice: «L’imputato mi deve dire se ha intenzione di rispondere o no. I ricatti non sono accettabili!»; dall’altra l’avvocato Spazzali che replica rivolgendosi al pm: “Lei non può usare questo tono, lei ha davanti a sé qualcuno che non ha mai fatto ricatti a nessuno!». L’avvocato Spazzali, classe 1939, è mancato ieri all’età di 87 anni. A caldo, appena venuto a conoscenza della notizia, Di Pietro parla del suo alter ego con la voce calma.

Che ricordo ha di Spazzali?
«È stato un uomo che ha saputo interpretare al meglio il ruolo dell’avvocato nella fase della prima attuazione del passaggio dal processo inquisitorio al processo accusatorio, dopo l’approvazione del codice Vassalli del 1989».

La novità principale?
«Le due parti, il pubblico ministero e l’avvocato difensore, erano alla pari davanti a un giudice terzo. Eravamo solo all’inizio di quel processo di riforma, che ora può avere piena attuazione con la legge del ministro della Giustizia Nordio sulla separazione delle carriere che verrà sottoposta al referendum del 22-23 marzo».

Che ricordo ha di Spazzali durante il processo Cusani?
Quel processo si è svolto in aula con un dibattimento nel contraddittorio tra le parti. C’erano due parti processuali e non due nemici, noi avevamo il massimo rispetto l’uno dell’altro. Non era un mio nemico. E lui ha sempre svolto il suo ruolo con la massima determinazione delle sue idee e delle sue convinzioni da difendere davanti al giudice».

Non avete mai travalicato i confini del rispetto reciproco?
«No, il fatto stesso che il processo a Sergio Cusani si sia svolto senza interruzioni, senza denunce e senza rivalse extragiudiziarie dimostra che tutto è avvenuto nel pieno rispetto tra le parti e delle due parti verso il giudice. Quel processo incarnava proprio l’attuazione della riforma del processo penale».

Che rapporto c’era tra di voi?
«Io ho avuto con l’avvocato Spazzali un rapporto esclusivamente professionale. Tra noi c’era una cultura di rispetto dei ruoli e del rispetto delle parti all’interno del processo. Quando lui notava qualcosa che non gli andava a genio nelle udienze, alzava la voce con determinazione nei miei confronti. E al contrario, quando io avevo qualcosa da dire alzavo la voce con lui. Ma sempre col massimo rispetto».

Il processo Enimont, con imputato Sergio Cusani, è passato alla storia anche perché venne trasmesso in diretta televisiva. Quanto ha inciso questo fatto nella “rivalità” tra di voi?
«Prima di quel momento, il pubblico ministero sedeva sullo stesso scranno del giudice. Poi è arrivato il processo accusatorio, che gli italiani vedevano per la prima volta in televisione con due parti sullo stesso livello. Credo che non spetti a me dare un giudizio sul mio lavoro, ma io posso senz’altro dare un giudizio del lavoro dell’avvocato Spazzali».

E questo giudizio qual è?
«Posso dire che l’avvocato Giuliano Spazzali ha sempre svolto il suo lavoro nel migliore dei modi. Lo dico oggi e lo dirò per sempre. Ho rispettato le sue arringhe, anche molto determinate, quando lui era in vita e le rispetto ancora di più ora che se ne è andato».