La sinistra un tempo parlava di “Paese normale” quando cercava di far apparire l’Italia berlusconiana come un fenomeno abnorme. E allora, cari compagni, se fossimo in un Paese normale il procuratore Nicola Gratteri dopo aver sfoggiato una cultura politica intollerante, da quella posizione, sarebbe sotto procedimento disciplinare da parte del procuratore generale o del ministro della Giustizia. Il “gratterismo” è diventato un sottogenere del giacobinismo letterario, un manuale del pregiudizio antropologico dove chi vota Sì al referendum sulla giustizia è associato ai criminali.
Gratteri se fosse un politico sarebbe un Vannacci o un Landini qualsiasi, ma parliamo di un magistrato con altissime responsabilità che mostra una cultura giuridica inquietante proprio perché egli rappresenta l’accusa, guida le indagini, dispone gli arresti. La campagna referendaria del No è rivoltante, per l’uso sistematico del falso, per la riduzione continua dell’avversario e dell’elettore del Sì a figlio di un Dio minore, un essere inferiore, incline al banditismo.
È una lettura lombrosiana che fa spavento, i casi sono innumerevoli e confermano che la magistratura ha scelto di vestire i panni di Attila, in un passaggio dal diritto alla barbarie. Ogni volta diciamo che questo è il punto più basso della campagna del No, ma in realtà quello è il momento in cui si comincia a scavare. Non c’è prova più grande delle buone ragioni del Sì. È giunto il momento di confrontarsi con la realtà, questa è una battaglia che va affrontata con gli strumenti della politica, al massimo livello con la voce dei leader dei partiti e del premier Meloni - è uno scontro tra due visioni del mondo, una liberale e l’altra totalitaria. Non è un Sì alla riforma della giustizia, è un voto per difendere la democrazia.




