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Si sgonfia pure lo "scoop" del Fatto sui giudici spiati

Altro scivolone: il quotidiano di Travaglio riprende l'annuncio del segretario dell'Anm Rocco Maruotti ma si perde per strada un pezzo fondamentale della notizia
di Giovanni Sallustimartedì 19 maggio 2026
Si sgonfia pure lo "scoop" del Fatto sui giudici spiati

3' di lettura

Le tesi ad hoc, nel pensiero di Sir Karl Popper, erano toppe posticce imbastite a posteriori per puntellare un’ideologia che dal punto di vista scientifico imbarcava acqua da tutte le parti. Il filosofo britannico citava gli esempi del marxismo e della psicanalisi.

Scendendo parecchio di livello, lo stratagemma può risultare utile anche per rammendare gli sbreghi del giornalismo militante presentato come Fatto Quotidiano. Titolo apodittico avvistato sulla testata travagliata: «Report aveva ragione: rimosso Ecm, il software spia al ministero». Accidenti, di primo acchito il lettore si ritrova catapultato in una dimensione spionistico-distopica, a metà tra Orwell e John le Carré. Il caso riguarda appunto la componente Ecm, installata sui computer in dotazione a magistrati e personale giudiziario, che la trasmissione di Ranucci aveva presentato come subdolo software-spia al servizio del governo nemico dei giudici e della loro autonomia (software peraltro implementato nel 2019 dall’allora ministro grillino Alfonso Bonafede, ma sono dettagli).

Ebbene, il Fatto riprende in evidenza l’annuncio del segretario dell’Anm Rocco Maruotti, il quale leggendo a sua volta una comunicazione del ministero ha rivelato che «Enm è in fase di dismissione e superamento». «Segno che i nostri dubbi e quelli della redazione di Report non erano del tutto infondati», chiosa Maruotti, con scelte lessicali che sono ben al di sotto delle certezze granitiche dell’organo dei manettari d’Italia. Ma soprattutto: il cronista Thomas Mackinson si perde per strada un pezzo non irrilevante della cronaca, ovvero la seconda parte dell’anticipazione del segretario dell’Anm. Guardacaso, quella con cui da via Arenula spiegano che il programma verrà dismesso per ragioni che «non hanno nulla a che fare con presunte ipotesi di intromissione o di controllo esterno, di cui non c’è nessuna prova». Capiamo che per gli affezionati dei (propri) teoremi le “prove” siano un fastidioso intralcio alla narrazione, eppure no, per ora non c’è alcun elemento fattuale o terzo che può lontanamente giustificare l’affermazione «Report aveva ragione». Né, tantomeno, per sentenziare che “il caso” (inesistente) si chiuda «con una retromarcia del ministero della Giustizia». Come ha documentato tra gli altri Il Dubbio, il ministero aveva già programmato da tempo l’aggiornamento dei propri sistemi operativi, nel quadro di una prassi periodica codificata dai regolamenti interni. Per cui l’attuale piattaforma, per inciso utilizzata pure dalla Nato (quindi immaginiamo non bucabile dal primo hacker all’amatriciana con la bava sovranista alla bocca), verrà sostituita da un’altra ancora più protetta.

Non proprio l’atto di un governo che vuole intrufolarsi nelle vite dei magistrati (che evidentemente per Il Fatto sono più vite delle altre, visto che storicamente da quelle parti non coltivano una spiccata sensibilità per la tutela della dimensione privata, vedi il sostegno alle intercettazioni a pioggia copia&incollate acriticamente in paginate di giornale). In ogni caso, ha chiarito il ministro Nordio: «Le funzionalità di controllo remoto non risultano attive né lo sono mai state».

Riassunto per chi si ostina a dimorare nella realtà: il cambio di software era già previsto, non c’è nessuna prova che nessun presidente di tribunale-procuratore-cancelliere-usciere-stagista sia stato spiato, anzi è documentato che nessun controllo da remoto era all’opera. Capiamo che i colleghi siano ancora tramortiti dall’esito dello scooppone sull’affaire-Minetti, evaporato nel nulla cosmico. Proprio per questo, però, ci permettiamo di consigliere un freno alla creatività, almeno per un po’.