Un presidente di sezione del Consiglio di Stato, Luigi Carbone, avrebbe presentato un curriculum pieno di «criticità»: dati sulla produttività non riscontrabili, pubblicazioni scientifiche di dubbia «attribuibilità», periodi in ruolo dichiarati, ma contestati. Lo avrebbe fatto per conquistare la poltrona di presidente aggiunto dello stesso Consiglio, il gradino subito sotto il vertice della giustizia amministrativa italiana e “trampolino” verso la presidenza. Le ipotesi, ovviamente tutte da dimostrare, sono formulate da alcuni dei suoi colleghi, in corsa per la stessa posizione.
Sono contenute in una serie di atti ufficiali di cui Libero ha preso visione. Si parte da un’istanza formale del 27 maggio al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Cpga, l’organo di autogoverno dei giudici amministrativi, cui spetta formulare il parere per la nomina) e si arriva alle memorie difensive depositate nei giorni scorsi al Tar del Lazio contro lo stesso Carbone. A firmarli sono Rosanna De Nictolis ed Ermanno de Francisco, entrambi candidati per l’incarico di presidente aggiunto. Il termine «criticità» è loro, scelto con la cautela tipica del linguaggio giuridico. Ma la sostanza è chiara.
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Nel curriculum depositato nella procedura di nomina, Carbone, che è stato anche capo di gabinetto di Roberto Gualtieri al ministero dell’economia nel governo Conte II, sostiene di aver svolto, tra il 1992 e il 2005, «svariati incarichi restando in ruolo presso il Consiglio di Stato». De Nictolis e de Francisco, invece, scrivono che «sembrerebbe» che in quel periodo Carbone sia stato fuori ruolo per oltre tre anni: sommati agli altri dieci documentati nel curriculum, questi porterebbero il totale a circa tredici anni e mezzo. La seconda contestazione riguarda i dati sulla produttività della sezione che presiede: lui ne ha dichiarati 784, ma dalle verifiche preliminari ne risulterebbero solo 408. Terza questione rilevante: vengono chiesti controlli sulla paternità di «una parte importante» delle 2.166 pubblicazioni che Carbone dichiara come proprie.
Le conseguenze prospettate sono notevoli. Per esempio, se la prima «criticità» fosse confermata, sostiene de Francisco nella sua memoria presentata al Tar, il periodo trascorso da Carbone fuori ruolo sarebbe «più di un terzo degli anni di carriera sinora svolti nei ruoli del Consiglio di Stato». E una delibera del Cpga del 2010 stabilisce che sono esclusi dalla valutazione i magistrati che abbiano prestato servizio effettivo per meno di due terzi della carriera. Carbone sarebbe messo fuori gara.
La posta in gioco è altissima. Il presidente aggiunto è il numero due del Consiglio di Stato, nonché il candidato naturale alla presidenza quando il titolare andrà in pensione. Un passaggio che il 69enne Luigi Maruotti dovrà affrontare tra un anno. L’incarico di presidente termina solo quando viene raggiunto il limite di età e Carbone, classe 1964, teoricamente il più anziano per ruolo tra i candidati, è anche il più giovane anagraficamente: la sua nomina precluderebbe la corsa degli altri per quasi otto anni.
Per questo, attorno alla poltrona di presidente aggiunto si sta giocando, lontano dai riflettori, una vera battaglia. Il 7 aprile la commissione istruttoria del Cpga aveva proposto di candidare Carbone, applicando il criterio “tradizionale” dell’anzianità di ruolo. Ma il 15 aprile, nel voto a scrutinio segreto, davanti a decine di consiglieri di Stato vicini a Carbone (che mai, raccontano, sino ad allora erano apparsi nel pubblico che assiste alle sedute), il plenum ha bocciato a sorpresa la candidatura: 7 favorevoli, 6 contrari, 2 astenuti.
E gli astenuti, secondo il regolamento del Cpga, equivalgono a voti contrari. Numeri che raccontano una storia: almeno quattro membri “togati”, alcuni dei quali avevano dichiarato di sostenere Carbone, hanno fatto il contrario nel segreto dell’urna, votando insieme ai “laici” eletti dal parlamento. Fuoco amico, in piena regola. Contro la sua bocciatura, il 6 maggio Carbone ha presentato ricorso al Tar del Lazio. I colleghi-rivali hanno contrattaccato sul curriculum. L’8 giugno De Nictolis e de Francisco firmano insieme una seconda istanza al Cpga, più dura della prima. Qualsiasi modifica delle regole dopo la bocciatura di un candidato, avvertono, sarebbe illegittima, un «inammissibile aggiramento ex post» della votazione del 15 aprile, in spregio ai «basilari principi di imparzialità e buon andamento». Il Cpga, sostengono, non può cambiare le regole a partita iniziata.
Chiedono quindi di «non approvare alcun nuovo criterio circa la nomina del presidente aggiunto del Consiglio di Stato prima della conclusione del procedimento attualmente in itinere». Il tentativo di rimettere mano ai criteri era iniziato il 3 giugno, quando la IV commissione aveva approvato una prima proposta di «precisazioni» sulle regole di nomina, valorizzando l’anzianità di ruolo, ma equiparando il servizio consultivo a quello giurisdizionale: proprio il profilo su cui Carbone è più debole. Il 9 giugno la stessa commissione riformula quella proposta e indica il magistrato Luciano Barra Caracciolo come nuovo candidato.
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La sera dello stesso 9 giugno Maruotti viene ricevuto da Sergio Mattarella al Quirinale. Il comunicato del Colle è stringatissimo: appena due righe e nessun riferimento al contenuto della discussione. Ma il giorno dopo Maruotti presiede il plenum che rinvia sine die la nomina del presidente aggiunto. Il capo dello Stato, si apprende, ha esercitato la sua moral suasion per difendere l’istituzione, invitando a non prendere decisioni che spacchino il Consiglio e a non cambiare in corsa le regole della procedura.
Il 10 giugno, però, il plenum una cosa la fa: vota per abolire lo scrutinio segreto per le nomine direttive. Si vuole cambiare il metodo in vigore da decenni, lì come in altre istituzioni, dopo che questo ha prodotto un risultato sgradito. È l’ipotesi dalla quale De Nictolis e de Francisco avevano messo in guardia nell’istanza dell’8 giugno: si prova a modificare le regole del gioco a candidati noti e dopo che uno di loro è stato bocciato.
Oggi è prevista l’udienza cautelare davanti al Tar del Lazio, per il ricorso presentato da Carbone. Ma De Nictolis, de Francisco e Barra Caracciolo chiedono che prima sia svolta un’istruttoria sul suo curriculum. De Nictolis e de Francisco hanno un documento del 2019 che elenca i periodi trascorsi fuori ruolo da tutti i magistrati del Consiglio di Stato, che pare confermare la loro ipotesi. Sotto lo sguardo preoccupato di Mattarella, lo scontro si fa più cruento.




