Gentile Direttore, in relazione all’articolo di Micaela Fanelli apparso su Libero il 7 luglio 2026, dal titolo «Milano, i giudici disarmano la Polizia: “Non si arresta con la forza”», preme sottolineare alcune considerazioni a difesa dei principi costituzionali della responsabilità penale individuale e della legittimità dell’operato delle Forze di Polizia. Come sempre si tenta di creare una contrapposizione tra Forze di Polizia e magistrati, istituzioni che svolgono con attenzione e senso del dovere le attività proprie loro demandante dalla Legge.
Le sentenze non analizzano categorie professionali ma singoli fatti e, nella vicenda in esame, l’articolista ha travisato il senso della motivazione della sentenza contrapponendo momenti della stessa per farla apparire illogica e persecutoria nei confronti della Polizia di Stato. Il mio ruolo non mi consente di accettare questa contrapposizione come se esistesse una magistratura che per forza deve stare a favore o contro la Polizia di Stato. Il dovere dei giudici è quello di giudicare singoli comportamenti in relazione a fatti, prove e legittimità delle condotte. Ogni altra considerazione appartiene a strumentalizzazioni demagogiche e politiche che necessariamente devo respingere. Distinti saluti.
Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano
Egregio Presidente, la ringrazio per la sua lettera e capiamo che lei debba difendere il lavoro dei suoi uffici ma ci consenta di non cambiare idea. La resistenza, se non passiva, all’operato legittimo delle Forze dell’ordine non può a nostro avviso non costituire reato grave e come tale severamente punito. In tal senso l’episodio in questione non lascia spazio a equivoci: tredici persone hanno accerchiato quattro poliziotti per impedire loro con la forza di fare il loro mestiere. I suoi colleghi giudici li hanno assolti “per non aver commesso il fatto”, cosa che stride con il fatto che tre di quei poliziotti hanno subito lesioni fisiche.
Le faccio io una domanda: se lei si rifiutasse di fornire i documenti, se oltre a questo mettesse le mani addosso al poliziotto che glieli ha chiesti in qualsiasi paese democratico del mondo (non parliamo di uno non democratico) secondo lei che cosa le succederebbe? Glielo dico io: se le va bene finirebbe in galera e non per poco tempo, se meno bene al pronto soccorso piantonato per evitare che pensi di poter tornare a casa una volta medicato. Solo in Italia, purtroppo grazie all’orientamento di una buona parte della magistratura, chi aggredisce un agente di pubblica sicurezza la fa franca e l’agente rischia conseguenze per “uso della forza” come scritto nella sentenza che lei difende. Mi scusi, perché mai chiamiamo “forze dell’ordine” le nostre polizie se poi voi le riducete per sentenza a “debolezze dell’ordine”? Non ci può essere legalità senza la minaccia dell’uso della forza, sostenere il contrario è la negazione delle regole di una società sana.
L’impunità del crimine è la benzina della criminalità, la tolleranza quella del degrado sociale.
Voi magistrati vi state assumendo una responsabilità enorme nei confronti dell’intera società, come lei scrive la magistratura non deve stare “per forza” a favore della Polizia, ma neppure per forza a favore di chi non ne riconosce l’autorità.
Condivido l’invito a lasciare fuori la demagogia e la politica, a patto che resti fuori anche dalle aule dei tribunali, cosa che a mio avviso in questo caso, e purtroppo in molti altri, non è avvenuto.




