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Immigrazione: spaccio, rapine, violenze? Così i giudici salvano i clandestini

di Massimo Sanvitomartedì 14 luglio 2026
Immigrazione: spaccio, rapine, violenze? Così i giudici salvano i clandestini

3' di lettura

Il pusher straniero di Firenze salvato dal Tar è solo la punta di un iceberg ben più profondo. Di questure che rifiutano di rilasciare o di rinnovare permessi di soggiorno a spacciatori, per fortuna, è piena l’Italia. Poi però si apre la strada dei ricorsi ai tribunali amministrativi o al Consiglio di Stato e la musica cambia. I giudici si aggrappano alla sentenza numero 88 della Corte costituzionale e di fatto calpestano la legge varata dal Parlamento nel ’98, secondo cui la condanna in via definitiva per alcuni reati, tra cui la vendita di droga, è ostativa alla permanenza nel nostro Paese. Ergo: espulsione. E invece no, perché le toghe fanno passare il principio secondo cui si deve valutare caso per caso. Al diavolo quel sacrosanto automatismo che ci eviterebbe di avere tra i piedi parecchi delinquenti d’importazione.

Ad aprile lo stesso film è andato in scena a Lucca, dove un muratore albanese condannato a sei anni e mezzo, sempre spaccio, è stato graziato dal Tar perché ha cambiato vita: ogni giorno va al lavoro e la sera torna a casa dalla famiglia scontare il residuo di pena. Non è più socialmente pericoloso, secondo i giudici. Idem quanto successo a Padova nel 2024, quando un magrebino condannato a un anno di carcere per smercio di sostanze stupefacenti si era salvato grazie al Consiglio di Stato, dopo il “no” al suo permesso di soggiorno sia da parte della questura che da parte dal Tar. «Ha venduto poca droga e ora è integrato», avevano motivato i giudici. Altro giro, altra corsa.

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Nell’estate del 2025, il Tar della Liguria aveva rovesciato il diniego della Questura di La Spezia al rinnovo dei documenti di un extracomunitario arrivato irregolarmente in Italia nel 2014 e poi condannato due volte per spaccio di stupefacenti. Era anche stato denunciato perché percepiva il reddito di cittadinanza senza averne i requisiti. Ma secondo il tribunale amministrativo - si leggeva nelle motivazioni «il decreto prefettizio, così come il provvedimento questorile, sono viziati per carenza istruttoria e motivazione insufficiente, mancando un’approfondita valutazione che tenga conto dell’attuale integrazione sociale e lavorativa dell’interessato». E ancora: «Il mutamento di comportamento, se effettivamente intervenuto, può far ritenere superata la pericolosità sociale desumibile dagli episodi di spaccio e da eventuali altri illeciti consumati negli anni in cui lo straniero non aveva entrate regolari sufficienti per il proprio sostentamento». Poverino, spacciava per sopravvivere...

Non è solo una questione di droga. Nel maggio del 2025, per esempio, la sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Venezia aveva accolto il ricorso di uno straniero con numerosi precedenti penali, quali lesioni, furto, tentata rapina. La Questura di Vicenza, dove lui aveva fatto richiesta di permesso di soggiorno, aveva evidenziato “specifici e concreti segnali di pericolosità sociale ed un’elevata probabilità di reiterazione dei comportamenti antisociali, con grave pregiudizio per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Tutto ciò non è bastato per rispedirlo al proprio Paese. Ha prevalso il fatto che il personaggio in questione godesse di “una positiva situazione familiare”.

Tornando indietro nel tempo, nel 2016 il Consiglio di Stato aveva ribaltato la revoca del permesso di lungo soggiorno decisa dalla Questura di Ravenna ai danni di un macedone condannato a dieci mesi di reclusione per atti persecutori. Salvato perché in Italia da tempo (16 anni), perché da tre anni socio dell’impresa edile familiare e perché sposato con un figlio. In tutto questo coacervo di casistiche non mancano nemmeno i cavilli salva-migranti. Nel 2023 il Tar dell’Emilia-Romagna aveva dato ragione a un extracomunitario a cui la Questura di Bologna aveva revocato il permesso di soggiorno a causa di una condanna in via definitiva a tre anni e quattro mesi di carcere per spaccio. Siccome la notifica del provvedimento era arrivata sei anni dopo, le malefatte pregresse erano finite cancellate con un colpo di spugna. Il buonsenso non è di casa in parecchi uffici giudiziari.

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