Quando andai a trovare Giovanni Toti nella sua casa di Ameglia, durante gli arresti domiciliari, non sapevo quale uomo avrei incontrato. Trovai un amico provato, ma non piegato; amareggiato, ma incapace di rancore. Sul tavolo c’erano le carte dell’inchiesta. Nei suoi pensieri, invece, c’era ancora la Liguria: i cantieri, le imprese, le opere da portare a termine. Era stato privato della libertà e costretto a lasciare la guida della Regione, ma continuava a ragionare da presidente. Non pronunciò una parola d’odio contro i magistrati. Voleva capire, ricostruire, difendersi. Quella misura restrittiva così dura rendeva ancora più stridente ciò che accadeva fuori da quella casa.
Il processo politico aveva già emesso la sua sentenza. La sinistra scese in piazza sotto la Regione per reclamarne le dimissioni e trasferì anche nelle Aule parlamentari il clima dell’accusa. Il teorema era tanto impressionante quanto politicamente utile: mafia, voto di scambio, denaro, un’intera Regione descritta come un sistema criminale. Non occorreva attendere che le accuse fossero provate. Per ottenere il risultato, bastava che fossero pronunciate. Toti ha poi patteggiato su una contestazione residuale, la corruzione impropria, dopo ottanta giorni di arresti domiciliari. Non per riconoscersi nel castello accusatorio costruito intorno a lui, ma per sottrarsi a un calvario destinato a durare anni, con costi umani ed economici enormi. Ha scelto di chiudere, di liberarsi dall’onta permanente del sospetto e di provare a riprendere la propria vita.
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La voce è quella dei tempi migliori: baritonale, rotonda, decisa. Il tono è tranquillo, si potrebbe azzard...Oggi quel castello non esiste più. Sono cadute le accuse più gravi: la mafia, il voto di scambio, la corruzione elettorale. Ma sono cadute quando avevano già prodotto tutti i loro effetti. Un presidente eletto è stato costretto alle dimissioni, una legislatura è stata interrotta, il corso politico della Liguria è stato modificato. Persino il cambiamento avvenuto a Genova è maturato dentro il clima creato dall’inchiesta e dalla rappresentazione di una Regione moralmente compromessa. È questo il punto che non può essere eluso. Le archiviazioni arrivano quando tutto ciò che poteva essere spezzato è stato spezzato. Il fascicolo si chiude, ma la democrazia non torna allo stato precedente. Non si restituiscono a Toti il tempo, la libertà, il mandato ricevuto dai liguri e una brillante carriera politica interrotta. E nessuno pagherà per le sentenze anticipate, per le parole pronunciate con tanta sicurezza, per le piazze convocate e per l’uso politico del sospetto. In Italia si può archiviare un’inchiesta. Non si può archiviare una vita pubblica mutilata. È questa la sentenza più grave: quella che nessun tribunale pronuncerà e della quale nessuno sarà chiamato a rispondere.
*Deputato della Repubblica




