La posizione di Sigfrido Ranucci, nell’inchiesta sulla bomba, pare destinata a peggiorare. Natalia Potenza, ex compagna di Valter Lavitola ferita nell’orgoglio dal tradimento del faccendiere, ha deciso di raccontare ai magistrati tutto quello che sa sul rapporto del padre dei suoi due figli con l’ex conduttore di Report. E sostiene di avere molto materiale a supporto di quanto ha deciso di rivelare.
La prima chicca è un messaggio che Natalia ha ricevuto alle 4 e 12 minuti del mattino del 5 luglio da «Laura fidanzata Ranucci», nome con cui ha salvato sul telefonino Laura Cianfoni, la compagna del giornalista. Allegata c’è l’ordinanza di arresto degli esecutori materiali dell’attentato contro Ranucci, una misura eseguita il 30 giugno. Quella non è una notte qualsiasi: i carabinieri hanno appena lasciato casa Lavitola dopo una perquisizione durata circa otto ore e il faccendiere ha scoperto di essere accusato di essere il mandante dell’attentato contro Ranucci.
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LA PAGINA SU “CORRADO”
Passano 15 minuti dal primo messaggio e sul cellulare, alle 4:27, arriva una pagina dell’ordinanza, con evidenziato in giallo il nome «Corrado». Per la precisione il passaggio dell’intercettazione in cui uno degli arrestati, Pellegrino D’Avino, dice: «Quello ha detto a quello che non dobbiamo proprio farlo arrivare a Corrado... se fai il gioco così». Dunque Ranucci e Lavitola avrebbero usato le rispettive donne come canale per scambiarsi materiale ritenuto utile a costruire quella che appare come una versione di comodo (da offrire agli inquirenti) sul mandante della bomba.
Appena tre giorni prima, il 2 luglio, Ranucci aveva detto ai magistrati: «Ho trovato un collegamento nella zona di Rovigo, dove si svolge la vicenda del cantiere (la famosa inchiesta citata più volte da Ranucci come possibile fattore scatenante dell’attentato, ndr), che è tale Corrado Moccia, ma tuttavia non trovo un preciso nesso». Successivamente aveva dichiarato ai giornali che Corrado era anche il nome in codice di un ex appartenente ai Servizi segreti. E, in un’altra occasione, era sembrato sfogarsi con gli inquirenti che non gli davano ascolto: «Ma andassero a cercare chi cazzo è questo Corrado...». I carabinieri erano arrivati a casa Lavitola intorno alle 19:30 del 4 luglio e se ne erano andati dopo le 3 del mattino.
Alle 3:56 Lavitola sale in auto e inizia una telefonata di circa due ore con Ranucci su Signal, un’applicazione di messaggistica criptata. Intorno a mezzanotte Daniele Autieri, un inviato di Report, scrive a Lavitola: «Ciao Valter mi ha chiamato Sigfrido mi ha detto che i carabinieri sono venuti da te? Ci vogliamo sentire?». Ma poi il faccendiere e il conduttore si mettono in contatto direttamente e scelgono le compagne come link per condividere l’ordinanza dei bombaroli.
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In un’intercettazione successiva, Lavitola dice a un amico imprenditore: «Siamo stati due ore e mezza o più al telefono. Mi ha chiamato lui (Ranucci, ndr) e mi ha mandato dei documenti, mi ha detto “questa è una cosa incredibile, ignobile”». Il faccendiere prosegue: «Mi ha dato molte informazioni, mi ha aiutato a chiarire le cose, questo porterà a una confusione terribile».
Definisce Ranucci come «incazzato nero», al punto da accusare gli inquirenti di essere «matti». Uno sfogo ben augurante per Lavitola: «Ora io spero che continui a fare questo. È il giornalista più potente, più vicino ai giudici che c’è in Italia». Adesso scopriamo che il cronista amico delle toghe, nella notte del 5 luglio, non stava giocando la stessa partita della Procura. Non capiamo perché Ranucci abbia deciso di intromettersi nelle indagini in corso e di mandare a Lavitola quell’atto giudiziario. «Secondo lei?» ci domanda sornione l’avvocato Giuseppe Cavallaro, che assiste la Potenza in questa Guerra dei Roses ambientata a Monteverde.
«ALIBI INVENTATI»
«Natalia sostiene che fossero d’accordo sulla bomba?» azzardiamo. Il legale resta in silenzio. Ci concede solo questa frase: «In quella telefonata i due amici si sono inventati tanti possibili alibi». Ma la Potenza ha prove per sostenere quello che dice? «Più di una». Messaggi? «Un intero libro». Compreso quello che vi abbiamo raccontato all’inizio.
Un tomo che rischia di riscrivere la storia dell’ordigno di Pomezia, in cui, per il gip Iole Moricca, Ranucci era solo una vittima «manipolata» da Lavitola. Ma la Potenza sembra essere di tutt’altro avviso. La donna, come detto, sarebbe stata «presente alla telefonata in cui» Ranucci e Lavitola «discutevano degli alibi da fornire insieme sui loro rapporti». Poi la Cianfoni, dopo avere inviato i documenti, avrebbe iniziato a scrivere «messaggi di amicizia e altri convenevoli». Forse aveva già intuito che l’anello debole del quartetto si sarebbe rivelata la compagna argentina di Lavitola.
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L’unica pronta a venir meno a un possibile e spregiudicato patto di ferro siglato tra amici uniti da segreti inconfessabili. Ricordiamo che Ranucci ha rivendicato in pubblico il legame con Lavitola anche dopo avere scoperto che il faccendiere era indagato. Di giorno lo difendeva, di notte lo istruiva. Mentre i due parlavano al telefono, «la Cianfoni, su ordine di Ranucci, trasmetteva a Lavitola l’ordinanza cautelare dei bombaroli che lui non poteva avere» ribadisce Cavallaro. Ora la Potenza sarebbe pronta a raccontare anche dettagli inediti sul rapporto tra Ranucci e Maria Rosaria Boccia, l’ex amante del ministro Gennaro Sangiuliano, diventata fonte e amica dell’ex conduttore di Report a partire dal settembre 2024.
La Boccia ha annunciato di avere in preparazione un libro a quattro mani con Ranucci e questi ha provato a smentirla senza troppa convinzione. Adesso sarebbero in arrivo rivelazioni importanti. «Ogni cosa a suo tempo» frena Cavallaro. Che ieri ha passato il pomeriggio con la sua assistita, anche in uno studio di commercialista. Per apportare modifiche agli organigrammi societari. Come abbiamo anticipato ieri l’amministratore unico della Baires, la società che gestisce il bistrò Cefalù, dovrebbe diventare la Potenza, che già possiede il 100 per cento delle quote. Ma si annunciano cambiamenti anche nella cooperativa che ha affittato l’attività alla Baires, sino a ieri presieduta da un cuoco iraniano, da un aiuto cuoco albanese e dall’addetto alla pescheria: «Tra poco vedrete. Scurdammoce ‘o passato. Con i vostri articoli ci avete costretto ad accelerare i tempi per le modifiche» chiosa Cavallaro. Il ristorante, invece, non dovrebbe cambiare nome. Anche se Natalia, in un momento di sconforto, aveva confidato allo scrittore Fulvio Abbate di volere eliminare anche quello (come riportato puntualmente dal Corriere della sera). Ma adesso la donna ha deciso di fare marcia indietro, avendo compreso che «Cefalù bistrò» è diventato un brand.
Alla fine di queste operazioni, Lavitola, appassionato di caccia e di donne, potrebbe rimanere letteralmente in mutande. Il difensore nega che la Potenza abbia già depositato una memoria o che abbia parlato con i magistrati. Però aggiunge di non voler violare il segreto investigativo. Da parte loro gli inquirenti sono abbottonatissimi. Ma sembra che la donna abbia accusato Lavitola di azioni degne di un ulteriore ordinanza. Reati più pesanti di quelli contestati sino a oggi. Un filone parallelo a quello della bomba che, secondo chi conosce i particolari, meriterà un libro a parte.




