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Alpi Svizzere, 6 sciatori morti di freddo: l'atroce racconto degli ultimi istanti

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Claudia Osmetti
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Lassù, in cima, sulla cresta, dove la neve è un manto soffice, una spolverata di bianco che sembra quasi zucchero a velo. Quel richiamo, che è un po’ natura e un po’ avventura (non a caso fanno rima), che non lo puoi ignorare perché quando sei un alpinista esperto, quando parti in cordata con mezza famiglia al seguito, e quindi ti fidi ciecamente di chi ti sta davanti o dietro, non c’è niente che tenga. C’è solo lei, la montagna. Una madre -matrigna, irresistibile. Devono essere saliti così, sabato scorso, con le scarpe chiodate e lo zaino pieno d’attrezzatura, i sei alpinisti del Cervino. Matterhorn, nelle Alpi svizzere, nella Tête Blanche che, appunto, letteralmente, vuol dire “testa bianca”. Quella neve, immacolata, perfetta, ma anche pericolosa. Non sai mai cosa possa succedere, il meteo cambia improvvisamente in quota, oltre i 2mila, oltre i 3mila metri. Sono morti in cinque, hanno recuperato cinque cadaveri, gli uomini del soccorso elvetico: e stanno ancora, dispersamente, incessantemente, cercando il sesto.

LA VALANGA
Colpa di una valanga, colpa della sfiga (perché no, questa non è la classica storia di scalatori della domenica e arrampicatori improvvisati: erano tutti preparati, allenati, avevano tra i 21 e 58 anni, tre fratelli, uno zio, un cugino, un’amica, alcuni di loro si stavano allenando per la Patrouille des glaciers, che è una gara di scialpinosmo mondiale, si tiene ad aprile, proprio in quella zona). Una valanga. Si stacca nel primo pomeriggio, vicino a Matterhorn. Loro sono lì, devono arrivare a 3.500 metri, ma c’è la tormenta, c’è il vento, freddo, freddissimo, gelato, che ti sbatte sulla faccia, che non ti fa avanzare. Tutto attorno è un turbinio di bianco. Allora fanno quello per cui sono addestrati, scavano (provano a scavare) una buca in mezzo alla neve. In termini tecnici si chiama “truna”: è un riparo, improvvisato, un rifugio di ghiaccio che può salvarli dalla bufera. Purtroppo non va così.

Va, invece, che muoiono per ipotermia. Il dettaglio è ancora da confermare, serviranno le autopsie, serviranno le analisi. Ma i soccorritori svizzeri si sbilanciano. «Finché ci sarà speranza faremo tutto il possibile per trovare il sesto», dice, lunedì, Christian Varone, il comandante della polizia cantonale del Vallese, in Isvizera, «ma dobbiamo essere realistici riguardo le condizioni in cui ha vissuto nelle ultime 48 ore». Loro, dopotutto, gli uomini e le donne del soccorso, sono due giorni che tentano il tutto per tutto. Prima via terra, poi via aria, infine addirittura con l’esercito. Undici elicotteri, una squadra di 35 unità che si mobilita subito, in questo maledetto sabato scorso, alle 17.30, quando uno degli alpinisti riesce, nonostante il clima, le raffiche e la valanga, a chiamare il 144 (il numero dell’emergenza svizzero). Lo si capisce già al telefono che è disperato. I soccorsi partono, geolocalizzano la telefonata, è più su di 3mila metri, non è facile da raggiungere il luogo da cui è partita.

Primo perché siamo ancora a metà marzo, il sole comincia a calare, arriva la notte. Secondo perché la tormenta non dà tregua. Devono scendere in ritirata, gli angeli del soccorso, il pericolo di slavine è troppo alto, proseguire a piedi è impensabile. Allora ci riprovano, qualche ora dopo, all’alba di domenica, con l’ausilio delle forze aeree dell’esercito che tentano di mappare e individuare il segnale dei telefonini del gruppo. Setacciano tutto l’itinerario tra Zermatt e Arolla (è questo che stavano percorrendo i sei), ma lo setacciano da lontano perché la tempesta è ancora in corso e i chopper non possono atterrare. Smotterebbero altra neve, sarebbe un disastro.

IL RITROVAMENTO
Non demordono, però, le autorità svizzere: parte un’altra squadra e domenica sera, sono le 21.20, trovano gran parte della compagnia. Purtroppo non c’è più niente da fare: «Siamo partiti sabato in condizioni relativamente buone, la situazione è peggiorata rapidamente e improvvisamente», chiosa Varone. È che la montagna è così. Affascinante e pure un po’ stronza. Se decide di mettersi di traverso non puoi fare granché. Puoi essere esperto quanto vuoi, preparato quanto vuoi, ti puoi essere esercitato per mesi, per anni, ma la spunterà sempre lei. Una tragedia, l’ennesima, con ancora un disperso che più passano le ore e più le aspettative diminuiscono, sarebbe un miracolo, oggettivamente, ritrovarlo vivo. Un incidente sul quale si farà luce nei minimi dettagli ma che, per adesso, resta una pagina di amarezza e di dolore per una famiglia che, a valle, guarda in su e non se ne capacita.

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