Università, "la vostra laurea non vale": clamoroso in Italia, chi deve rifare gli esami

di Claudia Osmettimartedì 1 luglio 2025
Università, "la vostra laurea non vale": clamoroso in Italia, chi deve rifare gli esami

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Provateci voi, dopotutto, a scoprire, circa un decennio dopo, che, per un cavillo tecnico, per un aggiornamento normativo, la vostra laurea in Scienze dell’educazione non vale più. Che quel sudato pezzo di carta non vi dà, formalmente, il titolo che pensavate e che avete scritto sul curriculum. Che il lavoro, che da tempo fate (e fate bene) nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, in realtà non vi spetta perché non avete i documenti necessari, le qualifiche richieste, vi mancano i requisiti, anche se voi i passaggi obbligatori li avete superati tutti e siete sicuri, cribbio avete fatto persino la cerimonia con la corona d’alloro e la nonna che stappava la bottiglia di prosecco, dottore-dottore, di non aver bucato un esame. Come in quel film di Paolo Genovese uscito quasi quattordici anni fa: solo che questa, più che una commedia, è un incubo. L’incubo ricorrente di chiunque sia mai stato davanti a una commissione esaminatrice. E un incubo collettivo che inizia con un’innocente e-mail e finisce con un libretto universitario da aggiornare. La comunicazione è quella che l’università di Reggio Emilia e di Modena ha mandato, lo scorso 20 giugno, a 350 suoi ex studenti laureati nei bienni tra il 2017 e il 2019; il libretto è quello del corso per gli educatori dei più piccini il cui direttore, Antonio Gariboldi, spiega nella sostanza: «Per loro», dice, cioè per chi ha discusso la tesi prima dell’era pandemica, «non era più consentito operare. Si sono trovati in uscita con degli sbocchi professionali diversi rispetto a quelli previsti».

Non è mica solo una questione di forma. Il titolo di studio è un titolo di lavoro, quantomeno in determinati ambiti e allora chiamatela beffa o doccia gelata oppure anche sfiga (perché le parole ci sono e usarle chiaramente spesso fa la differenza), però il concetto cambia di poco. Colpa di un decreto emanato nel 2017, il “maledetto” decreto numero 65, che stabiliva, per ottenere un impiego nei servizi dell’infanzia, la non sufficienza di una laurea in Scienze dell’educazione e della formazione e imponeva, invece, «un curriculum specifico a cui le università hanno dovuto adeguare i propri piani di studio», e colpa anche di un periodo di latenza, perché l’attivazione dei nuovi corsi non è avvenuta all’istante, semmai «è stata possibile solo dopo l’emanazione di un nuovo decreto l’anno successivo»: e quindi lì, nel mezzo, s’è creato un limbo di ragazze e ragazzi con la pergamena in mano, ignaro di ogni cosa, che credeva di aver finito, di aver dismesso i manuali e, adesso, cade dal pero: tocca si rimetta a studiare per davvero.

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Tocca, cioè, colga l’invito dell’università a «iscriversi nuovamente all’ultimo anno del corso per coprire i crediti formativi mancanti (che sono il corrispettivo di più o meno tre esami, mortacci...: ndr), senza dover rifare il tirocinio e con un costo ridotto, 500 euro rispetto ai 2mila medi dell’iscrizione». A fine percorso dovrà pure sobbarcarsi la presentazione di una tesina di trenta pagine. Scusate-c’è-stato-un-errore. L’inghippo, tra l’altro, non riguarda solo l’università emiliana: le riguarda all’incirca più o meno tutte. Non a caso le stime che si stanno facendo fotografano già un esercito di 31mila ex laureati che proprio una classe di provincia non sono e, d’accordo che nell’infornata ci sarà chi nella vita s’è messo a fare tutt’altro per cui amen (formalmente la laurea è valida, non è valida solo per le assunzioni nei nidi), però «esiste un problema e siamo in attesa di una sanatoria di cui, tuttavia, non sappiamo se arriverà e in che tempi», chiosa Gariboldi. Gli anni dell’università sono gli ultimi spensierati, amici, fuorisede, dispense e venerdì sera fissi al bar: ma tutto ha il suo tempo e un “ritorno al passato”, anche improntato alla filosofia del mi-basta-il-diciotto, può non essere la notizia più rinfrescante dell’estate 2025.

Ne sa qualcosa la studentessa di Medicina di Bari che si è laureata nel 2013 dopo aver sostenuto otto esami in Spagna, a Valladolid, durante un Erasmus chiaramente approvato dall’ateneo e del quale, però, mannaggia, adesso s’è persa l’intera documentazione, per cui anche lei è entrata nel cortocircuito del “tutto da rifare”, quantomeno quella decina scarsa di test, nonostante lo sbaglio forse sia stato fatto in fase di registrazione dal tutor che la seguiva, ma adesso va così. Va che è costretta a recuperare. Sembra uno scherzo: vi alzate la mattina e una parte significativa della vostra vita s’è ribaltata. Per qualcuno, però, succede sul serio.