«I romani devono imparare ad andare più piano». Quando Roberto Gualtieri ha enunciato il suo monito qualche giorno fa davanti alla polizia locale della Capitale in molti hanno pensato fosse Simone Baldelli, l’ex parlamentare di Forza Italia recentemente censurato da Tik Tok per i suoi video satirici sulle inaugurazioni delle opere pubbliche del sindaco di Roma (che, va detto, sono già esilaranti per conto loro). D’altra parte, chi potrebbe prendere sul serio un’affermazione del genere dopo aver passato ore in macchina per fare un paio di chilometri nella città più bella e trafficata del mondo? Chi non abita o non hai mai vissuto nella Capitale può avere difficoltà a capire.
Dovete sapere che forse l’unico caso in cui il bizzarro e tanto di moda aggettivo resiliente può essere applicato a ragion veduta è per definire il popolo dei romani. Da una parte il paradiso dell’arte, della storia, della cultura, della bellezza. Dall’altra l’inferno in terra: voragini, sanpietrini, guano, allagamenti, cantieri, metro chiuse, scale mobili immobili, criminalità, monnezza, gabbiani, cinghiali, ratti, blatte. E tante, tantissime auto. Si fa prima ad andare a Napoli e in alcuni casi a Firenze che spostarsi dai Parioli (Nord) all’Eur (Sud). E se il sabato sera volete farvi una passeggiata a Trastevere rischiate di passare un paio d’ore in macchina sul lungotevere, dove all’una di notte c’è più traffico che all’una di giorno.
In tutto questo i romani si lamentano, ma sopportano, resistono, vanno avanti. E tra un’incazzatura e l’altra in quella metà di vita passata in auto trovano pure il tempo di fare qualche battuta. Per chi non parte al semaforo: «Ao’ c’avemo solo sti tre colori, che volemo fa?», «guarda che più verde de così nun diventa», «quanno esce er colore che te piace se n’annamo?». Per chi esagera col clacson: «Mo’ che hai sonato, canta», «capo, er clacson funziona, mo’ prova i fari». L’ironia è il segreto della resilienza. E tutto sommato neanche Gualtieri, romano de Roma, può sottrarsi alla sua natura, quando chiede ai suoi concittadini di andare più piano.
La trovata del sindaco di Roma ha poco a che fare con la realtà e molto con l’ideologia. L’idea è quella di accodarsi ad alcune amministrazioni di sinistra, come Bologna, Milano e Torino, che hanno introdotto il limite come ultimo atto per scoraggiare l’uso dell’automobile, dopo aver emanato una raffica di divieti ecologici, aver riempito le città di ciclabili e aver pedonalizzato zone nevralgiche del della città.
Il tutto, ovviamente, senza compensare la stretta con adeguati miglioramenti dei servizi di trasporto pubblico, che in un Paese dove si ha a cuore la libertà di scelta dovrebbe essere l’unico strumento per spingere i cittadini a lasciare la macchina a casa. Il piano di Gualtieri è già operativo. La stretta sui 30 chilometri orari è partita dal 15 gennaio dentro la Ztl, con la promessa di estendere presto il passo di lumaca ad altre zone della Capitale.
La domanda a questo punto è: si tratta di una limitazione o della promessa di decongestionare il traffico? No, perché andare a 30 all’ora nel centro storico della Capitale oggi è praticamente impossibile a meno che non si voglia fare un giro alla 4 di notte. E a chi tutti i giorni resta imbottigliato nel traffico e trascorre ore a passo d’uomo raggiungere i nuovi limiti appare come una specie di miracolo. È forse sui nottambuli che il sindaco vuole aggiustare il tiro? O è solo l’ennesimo tentativo di fare in modo che nelle Ztl alla fine circolino solo i residenti e le auto blu? La risposta dei romani è facilmente immaginabile: a Gualtie’, inventane ’n’altra.




