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Nemesis, le femministe che sconvolgono la sinistra: "Violenze dai migranti"

sabato 7 febbraio 2026
Nemesis, le femministe che sconvolgono la sinistra: "Violenze dai migranti"

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Vanno alle manifestazioni, fanno attivismo sui social network e nelle strade. Lottano unite dalla voglia di cambiare le cose affinché tutte le donne vengano rispettate e tutelate. Non sono però le solite femministe. Stiamo parlando del collettivo italo-francese Nemesis, presente anche all’ultimo Salone del Libro di Torino. Fondato da Alice Cordier nel 2019, oggi conta circa 200 militanti in tutta la Francia. Némesis era a Torino anche davanti all’ex sede di Askatasuna, in sostegno alle forze dell’ordine, perché — dicono — «il nostro femminismo è diverso». Ma perché diverso? Il collettivo non condivide, per esempio, l’idea che ogni uomo, in quanto uomo, sia un potenziale molestatore, stupratore o, peggio ancora, omicida. E se per molti queste osservazioni possono risultare semplici affermazioni di buon senso, non c’è da stupirsi se, nel corso degli ultimi anni, ci si sia abituati a un solo modo di pensare questa battaglia. Se c’è una cosa che alla sinistra piace molto fare è appropriarsi di temi e ideali come se fossero solo suoi: casa, lavoro, povertà, uguaglianza. E così hanno fatto certe donne che ci hanno sempre detto che il femminismo è una cosa di sinistra, una lotta riservata a chi sposa l’idea che gli uomini siano persone da educare ai sentimenti, ai valori giusti, a stare al mondo, sostanzialmente.

Némesis lotta contro quel pensiero ormai collettivo per cui ogni uomo, bianco, etero, cisgender, non può fare un apprezzamento senza essere etichettato come misogino. Fortunatamente non ci sono solo loro, quelle di cui anche la cronaca giudiziaria ha mostrato, in alcuni casi, il vero volto. Le donne del collettivo Némesis ci insegnano che si può essere femministe e di destra, ma anche femministe e basta. Non servono fiocchetti rosa al collo né pentolate davanti ai palazzi delle istituzioni in segno di dissenso. E non è un caso che certa stampa dica di loro che promuovono «disinformazione xenofoba sistemica». Del resto, le femministe ci hanno anche insegnato che per essere una brava attivista devi essere come loro.

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«Non volevamo lasciare il femminismo in mano alla sinistra», spiega la portavoce, sottolineando come sia importante capire che «non tutti gli uomini sono violenti. Rifiutiamo di dire che tutti gli uomini siano degli stupratori». A far clamore sono soprattutto alcune loro affermazioni: «Quando una donna è vittima dell’immigrazione, non lo si può dire perché altrimenti viene considerata razzista». Parole indicibili, vere e proprie bestemmie per le femministe mainstream, che disprezzano l’Occidente ma si dimenticano degli stupri, delle violenze e delle condizioni delle sorelle musulmane, solo per fare un esempio. È proprio questo il punto. Le femministe ci hanno voluto insegnare cosa possiamo o non possiamo dire, in cosa credere e come farlo. Ma ora c’è chi ricorda loro che il femminismo non si possiede, non è dialettica, non è marketing, non è autocelebrazione, non è appropriazione. Némesis, il nome scelto dal collettivo, è un omaggio alla dea che per i greci era tutrice e garante dell’ordine e dell’equilibrio dell’universo. E non potevano scegliere nome migliore. Perché il femminismo è di tutte.

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