È uno di quei momenti che chiama a raccolta tutti. Ché di fronte a un bimbo così piccino, appena due anni e mezzo, in bilico tra la vita e la morte, coi tubicini dell’Ecmo che gli permettono di respirare, senza più (almeno per ora) la prospettiva di un futuro davanti, per lui, scricciolo, che ha un’età che si conta ancora in mesi, non si può guardare dall’altra parte.
Che colpa ne ha, questo bambino che ha ricevuto per sbaglio un cuore “bruciato”, che doveva tornare alla vita e invece s’è ritrovato in mezzo a un incubo, che è così innocente, così fragile?
La vicenda del trapianto all’ospedale Monaldi di Napoli, a noi di Libero, ha colpito parecchio. Non perché sia straziante (lo è), non perché sia indecente (è anche questo), ma perché inchioda chiunque a un moto di “responsabilità” collettiva. Di fronte al caso, di fronte al destino beffardo e pure un po’ bastardo, di fronte agli errori che sono stati commessi (e sui quali - giustamente - la magistratura vuole vederci chiaro), che cosa possiamo fare? Come possiamo opporci, in che modo possiamo (se possiamo) regalare un attimo di sollievo a mamma Patrizia che è stata e continua a essere un esempio di coraggio e di dignità? Questo non è il frangente dei finti moralismi, del dolore anticipato, dell’ottimismo scriteriato, della corsa ai commenti sul fatto di cronaca del giorno, strazio da una parte ma indignazione dall’altra, e poi tanti saluti e arrivederci. Questa è l’ora di essere pratici, concreti. Non sappiamo, nessuno lo sa, come si evolverà la faccenda.
Bimbo col cuore bruciato, cosa emerge dagli audit: "Un blocco di ghiaccio"
Una sfilza di errori dietro quanto accaduto a Domenico, il piccolo di poco più di due anni a cui hanno trapiantat...Non sappiamo se questo bimbo simbolo della forza d’animo, talmente attaccato all’esistenza da esser riuscito a sopravvivere in ossigenazione extracorporea per 56 lunghissimi giorni, resisterà ancora o se le sue condizioni (purtroppo già gravi) sono destinate a peggiorare nel breve termine. Non sappiamo se è rimasto un briciolo di speranza per l’opzione che, mercoledì, il super team di esperti riuniti al suo capezzale ha, con gli occhi bassi e il groppo in gola, scartato: se esiste, in un angolo remoto di questo pianeta, un Paese, un ospedale, una sala operatoria che potrebbe ribaltare quel verdetto tremendo - «per noi non è più trapiantabile». Non sappiamo come evolverà la scienza domani, però sappiamo che noi qui, adesso, possiamo mostrare un minimo di solidarietà umana a mamma Patrizia, agli altri due suoi figli, a questo piccolo guerriero che non sarà dimenticato (di questo, signora, ne può star certa).
Libero apre la sua sottoscrizione (per chiunque voglia partecipare l’iban, affiliato alla banca Unicredit, è: IT72F0200805239000107408 061) con l’intento di non voler scavalcare nessuno e la pretesa di non restare indifferente. È vero, il servizio sanitario in Italia è gratuito e anticipiamo ogni possibile polemica: i soldi che raccoglieremo non andranno a coprire spese sanitarie pubbliche sul territorio nazionale. Ma esistono altri scenari possibili e c’è una famiglia, provata, provatissima, che già ora si è ritrovata con la vita scombussolata. «Io non mollo», ricordava Patrizia Mercolino all’inizio di questa settimana. Ecco, nemmeno noi. E non molliamo nell’unico modo che ci è consentito: tendendo una mano, aiutando laddove si può.




