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Famiglia nel bosco, tremano i magistrati: carte ed esami nel mirino

di Claudia Osmettimartedì 10 marzo 2026
Famiglia nel bosco, tremano i magistrati: carte ed esami nel mirino

3' di lettura

«Confermo che abbiamo già dato disposizione di inviare gli ispettori» in Abruzzo. Il Guardasigilli Carlo Nordio è uno che non ci gira attorno: d’altronde qui, cioè sulla “famiglia del bosco”, s’è indugiato fin troppo. Quasi quattro mesi di tiremmolla, peraltro non concluso perché le ultime perizie disposte, quelle personologiche sia sui bimbi che sui genitori, hanno tempo 120 giorni per essere depositate e sono iniziate appena a gennaio, una polemica infinita che non accenna a chetarsi e nel mezzo loro, tre ragazzini di sette e otto anni spaesati, senza più nemmeno la mamma a fianco e con la vita stravolta.
Fa bene Nordio, fa bene il governo (è la premier Giorgia Meloni ad annunciare per prima che ci si sta muovendo in questa direzione) a volerci vedere chiaro. Tanto più che «un accertamento preliminare era già stato avviato a novembre», ricorda il ministro. Già. Per questo all’Aquila, nelle prossime ore, arriveranno gli ispettori del ministero che, ha ragione Nordio, della faccenda se ne sono occupati subito, ossia già a novembre dell’anno scorso quando il tribunale dei minori ha deciso, con un’ordinanza, di sospendere la responsabilità genitoriale di Catherine Birmingham e di Nathan Trevallion.

Sembrava questione di poco, allora, sembrava un episodio da inserire più nelle pagine di costume che in quelle di cronaca giudiziaria: si è trasformato una gimcana di atti ed esperti, di commenti sui social e di trasmissioni in tivù. Nel 2025 gli ispettori di Nordio si sono limitati all’esame sulla documentazione inserita del faldone, ora avranno un margine di impiego leggermente maggiore. Potranno, infatti, se lo riterranno opportuno, ascoltare i giudici e i magistrati coinvolti, nonchè avere colloqui anche coi protagonisti di questa storia infinita. Nella sostanza tutto ciò vuol dire due cose: che gli ispettori (come da prassi) possono riferire sull’organizzazione e sul funzionamento degli uffici giudiziari, cioè possono spulciare le carte, verificare se ci sono stati ritardi o irregolarità processuali e dovranno redigere una relazione a riguardo; e che non hanno in alcun modo il potere di entrare nel merito delle decisioni, dei provvedimenti e delle misure emesse dal tribunale. Insomma, se a qualcuno venisse il guizzo di cianciare di “intromissioni” o “ingerenze”, l’accusa andrebbe respinta al mittente senza neanche pensarci su (come per quelli che dentro ci vedono espedienti in vista del referendum di fine mese). Sì, la “famiglia del bosco” è diventata un caso mediatico.

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Sì, su questo specifico aspetto di può discutere (perché mica è detto che sia necessariamente un bene): però dibatterne è legittimo, fare pressioni affinché si arrivi «a una definitiva conclusione» (come suggerisce Nordio) pure. Se non altro perché, mentre gli adulti litigano, si accusano a vicenda di «scarsa collaborazione», dispongono, ricusano e ricorrono, questi bambini vivono sulla loro pelle il dramma di una doppia separazione, di un (ulteriore) trasferimento in casa famiglia e di un’esistenza che si sta complicando a un’età in cui dovrebbe essere la più lineare possibile. C’è la via giudiziaria, ovvio (gli avvocati dei Birmingham Trevallion sono in corte d’appello per depositare l’istanza che domanda la sospensiva dell’allontanamento di mom Cate e lo spostamento dei suoi tre figli in una struttura di Teramo), ma soprattutto c’è la situazione personale di questi ragazzini che ieri sono riusciti a malapena a vedere la nonna e la zia (entrambe venute apposta dall’Australia), che hanno potuto stare qualche minuto con dad Nat, ma che per il resto del tempo sono disperati. «Davvero giudici e assistenti sociali pensano di aiutarli?», scrive sulla sua pagina X anche il vicepremier Matteo Salvini, «chi ha fatto queste scelte ci ripensi e si fermi prima che il danno diventi irrecuperabile».

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