Ci sono momenti in cui un Paese deve avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Quando un gruppo organizzato sceglie di affrontare le forze dell’ordine con pietre, bombe carta, bastoni e altri oggetti pericolosi, non siamo più di fronte a una manifestazione di protesta, ma a una vera offensiva contro lo Stato e contro le regole della convivenza civile. È questa gente gli anarchici che hanno partecipato a questa guerriglia vanno chinati con il loro nome: delinquenti. Senza se e senza ma!
Gli episodi avvenuti in Piemonte, riconducibili all’area anarchica insurrezionalista legata al centro sociale Askatasuna, hanno lasciato un segno profondo. Decine e decine di agenti sono rimasti feriti mentre svolgevano il loro servizio, chiamati a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti. Uomini e donne in divisa che, invece di ricevere rispetto, si sono trovati sotto una pioggia di violenza.
In una democrazia esiste un diritto sacrosanto: quello di esprimere le proprie idee. Ma nessuna idea può trasformarsi in una giustificazione per colpire chi rappresenta le istituzioni. La libertà finisce nel momento in cui iniziano le aggressioni, le devastazioni e gli atti che mettono in pericolo la vita delle persone. Lo Stato non può permettersi di dare l’impressione di arretrare davanti a chi utilizza l’intimidazione come strumento politico. Ogni responsabile deve essere identificato attraverso le indagini, processato secondo le norme vigenti e, se riconosciuto colpevole, condannato con le pene previste dall’ordinamento. La certezza della pena è uno dei pilastri di uno Stato di diritto.
Le forze dell’ordine non sono un bersaglio. Sono servitori dello Stato che ogni giorno affrontano situazioni difficili per garantire sicurezza ai cittadini. Aggredirli significa colpire l’autorità dello Stato e minare il principio stesso della legalità. È altrettanto importante evitare qualsiasi forma di ambiguità politica o culturale. La violenza non può essere minimizzata, giustificata o raccontata come una semplice espressione di conflittualità sociale. Quando si sceglie lo scontro fisico, il lancio di ordigni e il ferimento deliberato degli agenti, si oltrepassa una linea che una società civile non può accettare.
L’Italia ha bisogno di fermezza, non di esitazioni. Ha bisogno di istituzioni capaci di difendere chi indossa una divisa e di far capire che nessuno può pensare di imporre le proprie ragioni con la forza. Le leggi esistono proprio per questo: tutelare la libertà dei cittadini onesti e colpire chi sceglie la strada della violenza. Chi manifesta pacificamente esercita un diritto costituzionale. Chi invece trasforma le piazze in un campo di battaglia deve rispondere delle proprie azioni davanti alla giustizia. Solo riaffermando il rispetto delle regole e delle istituzioni si può impedire che episodi di questa gravità diventino una pericolosa normalità.




