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Fare il processo al ciclista è un'abitudine pericolosa

Ecco, la nostra proposta a tutti i pistoleri al volante è quella di salire in sella e farsi un giro: scopriranno che le cose viste dalla bicicletta fanno sempre “un’altra” impressione
di Tommaso Lorenzinilunedì 10 agosto 2026
Fare il processo al ciclista è un'abitudine pericolosa

2' di lettura

Il caso di Lanzo Torinese ha innescato una dinamica distorta e pericolosa: il processo al ciclista sui social. Spesso fogna, ma inevitabilmente vox populi, quello stesso avatar che a volte concede l’impunità dell’anonimato allo stesso modo disvela sentimenti reali. Cosicché stavolta, anziché condannare l’atto criminale di chi ha usato un veicolo da una tonnellata per farsi giustizia (?) privata, il dibattito scivola istantaneamente sulle presunte responsabilità dei ciclisti. “Erano in mezzo alla strada?”, “Avranno provocato?”, “Lo avranno mandato a quel paese?”.

Ragionamenti malati, che però sono la scintilla per generare il branco digitale di quanti in rete (una volta era il bar) cercano i propri simili, quelli che la pensano allo stesso modo, per farsi forza, darsi credito. L’astio personale si somma offrendo una pericolosa legittimazione morale alla violenza. Chi nutre risentimento trova una comunità virtuale pronta ad appoggiarlo, finendo per sentirsi dalla parte del giusto e trasformare l’eccezione in regola. “Il ciclista se la cerca...”. Ma pensate allo stesso modo quando in bici c’è vostra figlia, vostro padre, vostro marito? È questo un orrendo cortocircuito logico nel quale si perde la percezione della sproporzione delle forze in campo. Un ciclista può fare lo stronzo, compiere un’imprudenza o violare il Codice della Strada; tuttavia, la bicicletta e chi la guida rimangono l’anello debole della strada. Nessun comportamento indisciplinato, nessuna provocazione o ritardo nella marcia può giustificare, minimizzare o rendere digeribile la violenza volontaria. E, anche comunicativamente, superare questa linea rossa è devastante. Letale.

Confondere la valutazione di un’infrazione con la giustificazione di un tentato omicidio stradale sgretola i fondamenti della convivenza. Si deresponsabilizza l’aggressore e colpevolizza chi è vulnerabile. «Le cose viste dall’alto fanno sempre meno impressione», sussurrava Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”. Ecco, la nostra proposta a tutti i pistoleri al volante è quella di salire in sella e farsi un giro: scopriranno che le cose viste dalla bicicletta fanno sempre “un’altra” impressione. E non è bella. Forse cambieranno idea. Forse.