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«ALLAH AKBAR» CON IL COLTELLO DAVANTI ALLA POLIZIA: LA SICUREZZA DEGLI ITALIANI VIENE PRIMA DI TUTTO

di Andrea Pasinidomenica 6 settembre 2026
«ALLAH AKBAR» CON IL COLTELLO DAVANTI ALLA POLIZIA: LA SICUREZZA DEGLI ITALIANI VIENE PRIMA DI TUTTO

6' di lettura

Ci sono scene che non possono e non devono diventare normalità. Scene davanti alle quali uno Stato serio non può voltarsi dall’altra parte, minimizzare o aspettare che accada qualcosa di ancora più grave prima di intervenire.
E non è certo questo, a nostro giudizio, il caso dell’attuale Governo, che sul fronte della sicurezza ha impresso una linea di fermezza e ha messo in campo interventi che riteniamo più incisivi di quelli adottati dai governi che lo hanno preceduto. Ma proprio per questo bisogna continuare su questa strada, senza arretrare di un millimetro quando sono in gioco l’incolumità dei cittadini e la sicurezza delle nostre città.
A Padova, nel piazzale della stazione ferroviaria, un cittadino gambiano di 27 anni è stato fermato dalla Polizia in una situazione che, secondo quanto riferito dalle autorità, ha visto la presenza di un grosso coltello da cucina e una violenta resistenza agli agenti.
Durante quei momenti concitati l’uomo, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe ripetutamente gridato «Allah Akbar».
È bene spiegare immediatamente cosa significhi questa espressione, perché su un tema tanto delicato servono fermezza ma anche precisione. Allah Akbar significa, in sostanza, «Dio è il più grande» ed è una formula comunemente utilizzata nella religione islamica. Presa isolatamente, non identifica  un terrorista o un estremista ma non in diversi casi.
Ma questo non significa cancellare il contesto nel quale viene pronunciata.
Quando a gridarla è una persona armata di coltello mentre oppone resistenza alle forze dell’ordine, siamo davanti a una circostanza di cronaca che non può essere nascosta né edulcorata. Saranno gli organismi competenti a stabilire se dietro il comportamento dell’uomo esistesse anche una componente ideologica o radicale: non spetta ai social né ai giornali inventare ciò che le indagini non hanno ancora accertato.
Ciò che invece sappiamo è già sufficientemente grave.
Secondo la ricostruzione resa pubblica dalla Questura, il coltello sequestrato misurava complessivamente 27 centimetri, con una lama di 15. Un agente ha riportato lesioni. L’uomo è stato arrestato e il giudice ha successivamente convalidato l’arresto, condannandolo a dieci mesi di reclusione e concedendo il nulla osta all’espulsione. È stato quindi disposto il suo trasferimento al CPR di Gradisca d’Isonzo in vista dell’allontanamento dall’Italia.
Ed è qui che deve entrare in gioco la fermezza dello Stato.
Chiunque viva in Italia deve rispettare le nostre leggi, indipendentemente dalla propria nazionalità e dalla propria religione. E quando uno straniero senza titolo per rimanere nel Paese viene riconosciuto dalle autorità come socialmente pericoloso e ricorrono le condizioni previste dalla legge per l’espulsione, quella decisione deve essere eseguita realmente e rapidamente.
Non sulla carta. Non fra mesi o anni. Realmente e velocemente.
C’è poi un altro aspetto del quale è inutile avere paura di parlare.
Non è la frase «Allah Akbar» a essere pericolosa. È il contesto nel quale viene utilizzata che può trasformarla, agli occhi e alle orecchie di chi assiste a una scena violenta, in qualcosa di profondamente inquietante.
In Italia abbiamo già assistito ad altri episodi nei quali questa espressione è stata pronunciata durante aggressioni o situazioni di grave pericolo. Non significa che ogni episodio sia terrorismo, né autorizza a qualificare automaticamente come jihadista chiunque pronunci quelle parole. Significa semplicemente raccontare i fatti senza omissioni.
Nel 2023, per esempio, a Fara Vicentino un cittadino marocchino in forte stato di agitazione gridò «Allah Akbar» durante un episodio drammatico culminato nello scontro con le forze dell’ordine: riuscì a impossessarsi dell’arma di un carabiniere e aprì il fuoco, prima di essere ucciso.
Già nel 2019, inoltre, davanti alla Stazione Centrale di Milano, un militare italiano venne accoltellato al collo e alla spalla da un uomo che, durante l’intervento delle forze dell’ordine, gridò «Allah Akbar».
E non si tratta di una questione esclusivamente italiana.
La storia recente dell’Europa ha conosciuto attentati di matrice jihadista durante i quali quella stessa invocazione è stata pronunciata dagli aggressori o associata, sulla base delle testimonianze, alle fasi dell’attacco.
Nell’ottobre 2024, a Bosanska Krupa, in Bosnia-Erzegovina, un quindicenne fece irruzione armato di coltello in una stazione di polizia gridando «Allah Akbar»: un agente venne ucciso e un altro gravemente ferito. Le autorità bosniache trattarono l’assalto come un atto terroristico.
Nell’agosto dello stesso anno, a Solingen, in Germania, tre persone furono uccise e diverse altre ferite durante un attacco con coltello successivamente rivendicato dall’ISIS. Anche in quel caso emersero testimonianze secondo cui l’aggressore avrebbe pronunciato «Allah Akbar».
Sono precedenti che spiegano perché non si possa liquidare con sufficienza la paura provocata da determinate scene.
Se un cittadino vede davanti a sé un uomo armato di coltello che grida «Allah Akbar», la sua paura è comprensibile. Non perché debba temere un musulmano in quanto musulmano, e nemmeno perché quelle parole costituiscano una minaccia in sé. Ma perché il jihadismo internazionale ha strumentalizzato riferimenti e invocazioni religiose nel contesto di alcuni attacchi terroristici.
Questa appropriazione ha lasciato inevitabilmente un segno nell’immaginario collettivo europeo.
La responsabilità di tutto questo non può essere scaricata sull’intera comunità musulmana, composta da moltissime  persone che non hanno nulla a che vedere con terrorismo e violenza. La responsabilità appartiene agli estremisti che hanno strumentalizzato anche la religione e il suo linguaggio per accompagnare il fanatismo e la violenza.
Ed è precisamente contro costoro che uno Stato democratico deve essere inflessibile.
Massima attenzione all’Islam radicale, allo jihadismo, ai processi di radicalizzazione e a ogni concreto segnale di possibile violenza estremista. Intelligence, prevenzione, controllo del territorio e collaborazione internazionale devono rappresentare una priorità permanente.
E sul fronte dell’immigrazione irregolare occorre altrettanta chiarezza.
Non si può e non si deve espellere qualcuno perché musulmano o perché pronuncia la frase «Allah Akbar». Ma quando uno straniero irregolare commette reati violenti, costituisce concretamente un pericolo e sussistono i presupposti previsti dalla legge per la sua espulsione, lo Stato deve utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione affinché l’allontanamento venga eseguito con la massima rapidità.
Un provvedimento di espulsione che resta soltanto un pezzo di carta non protegge nessuno.
Quando la legge stabilisce che una persona pericolosa non abbia più titolo per restare sul territorio nazionale, quella decisione deve diventare effettiva.
La tutela della sicurezza pubblica non è né di destra né di sinistra e non è una dichiarazione di ostilità verso una religione. È uno dei primi doveri di uno Stato nei confronti di chi rispetta le regole.
Occorre infatti evitare anche l’errore opposto: mettere nello stesso calderone milioni di persone sulla base della loro fede. L’Islam non è sinonimo di Islam radicale e «Allah Akbar» non significa terrorismo. Combattere davvero il radicalismo significa essere capaci di distinguere il credente pacifico dall’estremista e concentrare su quest’ultimo tutta la forza preventiva e repressiva consentita dalla legge.
Non servono generalizzazioni. Servono controlli, intelligence, prevenzione, applicazione delle sentenze ed espulsioni effettive quando la legge le dispone.
Il caso di Padova pone allora una domanda che non può essere liquidata con qualche slogan: quante possibilità siamo disposti a concedere prima che la tutela della collettività diventi prioritaria?
Quando emergono precedenti, comportamenti violenti, armi o altri concreti indicatori di pericolosità, le istituzioni devono utilizzare fino in fondo gli strumenti previsti dall’ordinamento. E se gli strumenti esistenti non funzionano abbastanza rapidamente, è compito della politica discuterne apertamente e, nel rispetto della Costituzione e delle garanzie individuali, migliorarli.
Perché accoglienza e legalità possono convivere soltanto se esiste un confine chiarissimo: chi viene accolto e rispetta l’Italia deve essere rispettato; chi delinque deve risponderne davanti alla legge; chi non ha diritto a rimanere ed è destinatario di un provvedimento definitivo di espulsione deve lasciare il territorio nazionale.
Nessuna caccia alle religioni. Nessuna equazione tra musulmani e criminali. Ma neppure paura di pronunciare parole che dovrebbero accomunare tutti: sicurezza e massima attenzione verso l’Islam radicale e lo jihadismo.
Le immagini di Padova devono ricordarci proprio questo.
La tolleranza di una democrazia non consiste nel tollerare la violenza. La libertà religiosa non significa chiudere gli occhi davanti a un coltello. E l’umanità di uno Stato non si misura lasciando soli cittadini e agenti davanti a persone concretamente pericolose.
Le porte di una società libera possono essere aperte. Ma le sue regole devono essere invalicabili.