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Garlasco, ecco i “signor sì” del cerchio magico di Garofano

di Luca Fazzolunedì 12 ottobre 2026
Garlasco, ecco i “signor sì” del cerchio magico di Garofano

5' di lettura

Almeno un piccolo, collaterale mistero del caso Garlasco può considerarsi risolto: l’origine della “valutazione psicologica” di Alberto Stasi, condita di giudizi grossolani, apparsa dal nulla nel fascicolo parallelo custodito nella sede di Parma dei carabinieri del Ris. Steso su carta intestata alla criminologa Alessandra Bramante, il documento non porta data né firma. Ad ammettere di averlo commissionato, parlando con ex commilitoni nei giorni scorsi, è stato - secondo quanto risulta a Libero - il comandante dell’epoca dei Ris: l’allora colonnello Luciano Garofano, oggi generale in pensione. «Mi incuriosiva la figura di Stasi», ha spiegato Garofano, «allora ho chiesto a una psicologa mia amica di fare una sua valutazione». Una decisione fuori da ogni procedura e senza autorizzazione della Procura, che viene attuata fornendo all’amica di Garofano materiali coperti dal segreto istruttorio come i verbali di interrogatorio del fidanzato di Chiara. La “valutazione” non viene depositata agli atti, ma resta nel fascicolo riservato dei Ris, numero 3306 del 2007, scoperto in settembre dal procuratore aggiunto di Pavia Stefano Civardi, e sequestrato in originale. Dentro, assicura chi l’ha potuto studiare, rivelazioni che - quando verranno alla luce faranno impallidire la “valutazione” commissionata da Garofano alla Bramante.

STRUTTURA SUCCUBE
Fine dei misteri risolti. Tra le domande ancora aperte ce n’è una che sovrasta l’intero ruolo svolto dai Ris nelle prime indagini sulla morte di Chiara Poggi, e il loro ruolo nello stringere il cerchio intorno ad Alberto Stasi. Chi comandava davvero lo staff? Quale rapporto avevano col comandante in capo Garofano gli ufficiali che materialmente compivano le analisi? Il ritratto che emerge dai verbali è quello di una struttura succube di Garofano, il quale impone la sua linea nonostante non abbia formalmente alcuna voce in capitolo: i due ufficiali che compiono le analisi, Alberto Marino e Aldo Mattei, sulla carta agiscono alle dirette dipendenze del pm Rosa Muscio che li ha nominati suoi consulenti. Ma a prevalere sono la catena gerarchica e il carattere accentratore e protagonista (così almeno viene descritto) di Garofano: che appena torna dalle vacanze in Brasile si impossessa del caso Garlasco. «Quando è arrivato Garofano ha preso in mano tutto lui», dice il suo vice di allora, Marco Pizzamiglio, quando il 25 settembre scorso viene interrogato da Civardi e dai suoi pm.

Marino, interrogato il 10 settembre scorso, dice («presumo di sì») di avere avvisato Garofano che due esami, compiuti il 20 settembre 2007, smentivano quelli del giorno prima sui pedali della bici di Stasi: non c’era traccia, si scopre il 20, né di sangue né di Dna. I Ris fanno finta di niente, e il 24 consegnano alla pm Muscio il rapporto che fa scattare l’arresto di Stasi. Marino sapeva - avendole effettuate personalmente - delle due analisi negative e non ha detto nulla nei giorni e negli anni successivi, mentre Stasi veniva processato e condannato.

Se Marino ha ragione, lo sapeva anche Garofano. La notizia strabiliante che emerge da un altro interrogatorio è che a essere al corrente dell’esame che azzerava la prova contro Stasi era l’intero Ris, o almeno la sua sezione di Biologia, dove intorno alle analisi del giorno 20 si era scatenato addirittura un dibattito. Altro che dettaglio trascurato, come cerca di dire Marino («a questi due risultati negativi non è stato dato il peso che meritavano»). Invece era chiaro a tutti che si era davanti a una situazione inspiegabile, che poteva e doveva essere approfondita e rianalizzata. Invece le tracce del 20 vennero imboscate.

A raccontare della discussione interna al reparto è il colonnello Alessandro Coli, interrogato il 17 settembre. «C’era un esito dubbio sui pedali», «su questi pedali dove era stato ottenuto del Dna poi non era stato più ottenuto dai successivi controlli», «lo ricordo come una cosa un po’ strana, non c’era praticamente Dna, e mi sembrava un’anomalia perché pensare che con un primo tampone si fosse asportato tutto non la vedevo una cosa coerente». Coli non ha ricordi di riunioni per affrontare il tema ma ha un ricordo piuttosto preciso: il fatto «era uscito perché si parlava, era una voce di laboratorio», «sicuramente un dibattito si sarà aperto più che altro tra di noi internamente». Internamente, dice Coli. Nessuno, né allora nè dopo, si prende la rogna di riferire all’esterno che la prova che ha spedito Stasi in carcere è stata smentita a poche ore di distanza.

RACCONTI DISARMANTI
I racconti a volte sono disarmanti. Una delle tracce esaminate, spiega Marino, evapora perché il tappo delle provette in uso non tappava bene. Le date di alcuni esami, dice ancora Marino, può essere stato falsato perché il software GeneMapper «aveva un bug», tutti lo sapevano ma nessuno faceva niente. Giorgio Portera, che allora era - dice lui - «l’ultimo arrivato», giovane sottotenente, compie gli esami del giorno 19 che sembrano incastrare Stasi: spiega che lui non sapeva niente, caricava solo la macchina con provette di casi diversi e schiacciava l’avvio. Dopo che dai primi esami sembra emergere il Dna di Chiara. Portera è lì con Marino quando si scopre che in quel Dna non c’è traccia di sangue, «per tale motivo avevamo riguardato i pedali insieme e io avevo notato delle crosticine color del sangue». Poche righe dopo, nel suo verbale dell’11 settembre scorso, Portera sembra contraddirsi: quando gli chiedono perché il suo esame del 19 viene ripetuto da Marino il giorno dopo dice «è abbastanza normale fare una replica dopo aver visto un risultato inatteso come quello, tenuto conto che visivamente sui pedali non era stato visto nulla».

In quei giorni del 2007 nessuno esce allo scoperto, nessuno dice “fermi tutti”. A quasi vent’anni di distanza, difficile capire se gli ufficiali condividessero le certezze di Garofano sulla colpevolezza di Alberto Stasi, o se le subissero soltanto. Di certo una sorta di amnesia collettiva sembra avere colpito gli ex ufficiali del Ris, nei verbali i “non ricordo” e le rimozioni abbondano. A venirne quasi travolto è Marino, che nel suo interrogatorio dice due volte che dopo il 19 quando avviene quello che Civardi definisce “il miracolo di Portera”, la scoperta presunta del Dna «non è successo più niente relativamente a quel campione, non c'è stata una disposizione di ripetere quella stessa analisi»: e quando il pm gli squaderna le sue analisi negative del giorno 20 si aggroviglia e non ne esce più. Perché avete rifatto le analisi se la risposta del 19 era così chiara? «C’erano già due repliche, erano venute bene, non aveva senso fare un’altra replica», ammette: «sarà stato un eccesso di zelo, uno sciocco eccesso di zelo».
L’eccesso di zelo disse che si erano sbagliati, per Stasi poteva essere la salvezza. Nei corridoi del Ris partì il dibattito. E tutto rimase nel cassetto.