«Diciamocelo subito, questa volta Milano è contendibile. E non è mica una cosa banale su cui ragionare». Alessandro Sorte, il coordinatore lombardo di Forza Italia, è uno che parla schietto. È anche uno che la politica milanese la capisce e la vive, che non fa sconti a nessuno e che tira dritto per la sua strada: «Le grandi metropoli», spiega, «sia in Italia che in Europa, sono ormai roccaforti del centrosinistra o della sinistra in generale. Però io vedo una cosa per il 2027. Tra tutte le grandi città andranno al voto, Napoli, Bologna, Torino, Roma, quella dove la partita è più aperta è la nostra Milano. Certo, dovransconismo. Non mi nascondo dietro a un dito, che questa partita di cui discutiamo non abbia come protagonista Forza Italia è impensabile. Senza contare che per dimensione, oggi, il nostro partito è il secondo della coalizione in città».
Della serie “si vince nel segno del Cav.”?
«Intanto mi rivolgo ai nostri alleati e ricordo loro che se qualcuno di centrodestra ha mai vinto a Milano siamo stati noi, due volte con Albertini e una con Letizia Moratti. Perciò sì, pensiamo che i registi di questa situazione dobbiamo essere noi. Onestamente ho trovato scomposta l’uscita di Ignazio La Russa al convegno di Noi moderati che non ci ha neanche fatto una telefonata prima per rispetto alla nostra storia».
Però a Cesare quel che è di Cesare e a Meloni quel che è di Meloni. Il primo partito è Fratelli d’Italia...
«Va bene, se lo vogliono rivendicare lo facciano. Ma non vengano a spiegare a noi cosa dobbiamo fare».
Non è che poi qualcuno inizia a dire che la coalizione scricchiola?
«Sbaglierebbe a dirlo. Guardi, storicamente ci sono due filosofie all’interno della nostra coalizione: la prima è siamo più che sufficienti per vincere, la seconda è che dobbiamo essere in grado di intercettare anche gli scontenti e allargare il perimetro. Noi siamo per quest’ultima. Ma l’unità non è indubbio. Chiarito questo, a chi eventualmente ritira fuori il “modello Vigevano” (il centrodestra, a Vigevano, alle amministrative di maggio si è presentato diviso: ndr) farei presente che lì il centrodestra l’han spaccato Fratelli d’Italia e Lega mentre noi avevamo in campo il candidato più forte. Ma poi di cosa stiamo parlando? Berlusconi ha inventato il centrodestra, non accettiamo lezioni di unità da nessuno».
Di unità forse no, ma di frammentazione? In Consiglio comunale, a Milano, avete appena perso Luca Bernardo, passato con Futuro nazionale del generale Vannacci...
«No, un attimo. La fermo. Bernardo è stato un reso su acquisto, nel senso che non l’abbiamo fatto eleggere noi. Era il candidato sindaco di tutto il centrodestra, è entrato in Forza Italia e poi ha deciso di andarsene. Ma in questi anni sa quanti amministratori locali, in Lombardia e a Milano, abbiamo accolto? Tantissimi. Lo stesso vale sia per gli iscritti che per i voti, guardiamo i numeri reali: alle regionali del 2023 Forza Italia a Milano ha preso il 5%, alle europee dell’anno scorso il 9%. Bernardo è uno solo e la sua scelta non pesa sui nostri equilibri».
Senta, diretto: cosa vuole, oggi, Fi a Milano?
«Le scelte di Fi al famoso tavolo dei leader saranno orientate per giocarsi questa benedetta partita sula città. Noi vogliamo essere quelli che esprimono il candidato sindaco e pensiamo di avere le carte in regola per poter essere noi a dettare gli schemi e profili di cui le raccontavo all’inizio perché questa è una città storicamente in linea con il nostro sentiment politico».
Faccio l’avvocato del diavolo e obietto che, la discussione a livello regione non sembra stia andando benissimo...
«Perché la coalizione non trova un equilibrio sulle nostre richieste. Glielo ripeto: il candidato non deve avere un profilo politico nazionale. Noi siamo convinti che un civico allarghi di più, però anche un politico nuovo o non esposto può essere una soluzione...».
Aspetti, aspetti. Uno come Pietro Tattarella?
«No, nomi non gliene faccio. Le ribadisco il metodo. Dobbiamo allargare e non frazionarci».
Il prossimo sindaco che sfide dovrà affrontare?
«Anzitutto dovrà sbloccare le questioni urbanistiche perché qua si rischia di perdere investimenti e noi siamo per la crescita. Cosa che è anche il primo punto dirimente tra noi e il campo largo: noi non siamo contro lo sviluppo, loro vorrebbero fermare Milano. Serve un grande piano per l’edilizia residenziale che sia alla portata del ceto medio perché il ceto medio sta scappando ed è inaccettabile».
Nient’altro?
«Macché, la lista è lunga. Milano non può inseguire gli estremisti dell’ideologia verde e soprattutto c’è un discorso sulla sicurezza che per Forza Italia è centrale e che, però, va trattato secondo i nostri parametri».
Cosa significa?
«Sento parlare di “rastrellamenti”, di “remigrazione”, di “politiche dei blocchi navali”: sarò schietto anche su questo fronte, si tratta di slogan da campagne elettorali e fesserie che non trovano mai applicazione quando uno va al governo di una città. Oggi c’è chi li usa, in passato toni simili sono stati adoperati anche all’interno della coalizione. Il problema va affrontato diversamente».
Come?
«Con un maggior numero di forze dell’ordine, più sorveglianza, con una visione d’insieme e anche cercando di attivare una rete sul territorio in grado di intervenire sulle situazioni di criticità, perché no? Magari utilizzando anche l’intelligenza artificiale. Però sempre con provvedimenti concreti e non propagandistici».




