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Quando il candidato ministro Conte prometteva la lotta alla burocrazia

Conte tra le carte

Le pubblicazioni universitarie, le promesse, i programmi smentiti

Francesco Specchia
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Ai tempi della Lega bossiana, nel 2010, il ministro della Semplificazione Calderoli – quello che bruciò, probabilmente col napalm “375mila leggi inutili” in un inutile rogo purificatore- doveva essergli sembrato un dilettante. No. Per lui, per l’uomo che avrebbe sterminato la burocrazia italiana, ci voleva roba forte, come il Coronavirus, per mettersi alla prova.

Ci voleva una cosa come la figura di palta del sito Inps impallatosi sulla domanda del bonus da 600 euro nel groviglio di Pin, Spid, carta di identità elettronica, identità digitale e altre diavolerie; o come il blocco delle attività dei medici di famiglia, alcuni morti nella trincea Covid perché leggi e leggine bloccavano le forniture di tamponi, guanti e mascherine; oppure la certificazione impietosa e definitiva della Cgia di Mestre, “ la cattiva burocrazia costa alle imprese oltre 57 miliardi all’anno a causa dell’iper legiferazione italiana”. Ecco. Ora che la pandemia poteva essere davvero l’occasione per scavare un tunnel nella montagna normativa; be’, ora, nell’emergenza sono molti ad evocare la figura leggendaria di un ministro della Pubblica Amministrazione candidato due anni fa dal Movimento 5 Stelle che avrebbe dovuto togliere il potere ai burocrati per ridarlo al popolo. Un ministro in pectore migliore dei migliori precedenti: uno con lo zelo di un Gonella, la strategia di un Bassanini e il rigore d’un Sabino Cassese. Un ministro che, alla fine, non fu mai nominato; perché - con sommo stupore non solo suo- egli divenne Presidente del Consiglio. Quel cavaliere della valle solitaria si chiamava Giuseppe Conte. La mission politica del “ministro” Conte, il motivo principe per cui venne portato nella squadra governativa grillina era proprio la sua personale ossessione per le carte bollate. Sin da docente, alle lezioni di Diritto privato a Firenze e da responsabile scientifico dei corsi per “Giurista d'impresa”, dalla Luiss Business School nonché socio fondatore dell’ “Osservatorio sugli effetti economici della legislazione costituito nel 2008 per approfondire i riflessi economici dei più significativi provvedimenti legislativi”, il professor Conte andava predicando il dogma dell’“alleggerimento burocratico”. 

Come candidato ministro, appunto, in un’ intervista a Repubblica, l’attuale premier aveva promesso la “sburocratizzazione e la cancellazione delle leggi inutili”, ovvero una “semplificazione del quadro normativo, farraginoso, incoerente a tratti incomprensibile” e “un censimento di tutti i provvedimenti amministrativi esistenti al fine di operare una rigorosa e spietata semplificazione”. Né più né meno di Calderoli. Infatti, poi, s’è visto. In due testi non fondamentali per la storia del diritto firmati col suo mentore Guido Alpa -La responsabilità sociale dell'impresa. Tra diritto, etica ed economia, Bari, Laterza, 2008 e La disciplina dell'appalto tra pubblico e privato, Napoli, 2010- si ritrovano già i germi degasperiani del taglio delle leggi inutili e nocive ai cittadini, promesse declamate anche nell’ora e 11 minuti del suo discorso d’insediamento. Ad un convegno del 2018 sulla giustizia amministrativa, Conte parlava di “riflessioni personali in una prospettiva di riforma che, delle volte, il potere politico vede con diffidenza”; e su appalti, urbanista, ambiente sosteneva la necessità di “mantenere la regola aurea che impedisce le partiche lottizzatorie e le divisioni correntizie” ( e infatti con le nomine pubbliche, compresa la riconferma di Descalzi all’Eni, s’è visto). E poi aggiungeva che “le forze politiche dovrebbero mostrare senso di responsabilizzazione nei processi decisionali”; e Ferruccio De Bortoli sul Corriere della sera fa giustamente notare che, con 15 task force per un totale di 448 consulenti “la paura di scegliere e di soppesare rischi di varia natura” è, di fatto, in Conte, superiore persino alla paura del virus. Infatti è proprio la mancanza di leadership la causa principale dell’incubo burocratico. La burocrazia italiana è così: un sentiero per gli inferi lastricato da norme, adempimenti, termini e scadenze che pesano allo Stato 3,7 miliardi di euro solo nel 2019, per un totale di costo della gestione -per esempio- delle aziende verso la Pubblica amministrazione di 57 miliardi. Ossia la perdita di 3 punti di Pil e 190 giornate di lavoro per uscirne vivi. Per non parlare dei 5 milioni di processi pendenti. O, per rimanere in tema Covid19, per non dire dei 10 giorni di ritardo per 7 milioni di buoni spesa causa conflitto tra Comune di Roma e Regione Lazio; o delle selva intricatissima delle autocertificazioni e dei 19 documenti -tra Durc, Durf, DM10, bilanci provvisori- che le banche richiedono a quelle piccole medie imprese che vogliano adire al finanziamento di 25mila euro coperti interamente dallo Stato.

Eppure, Conte sulla burocrazia, a parole ha sempre tenuto la posizione: “Aboliremo 400 leggi inutili prima dei cento giorni di governo” (giugno 2018, attraverso Di Maio);  “la riduzione della burocrazia è il volano per far decollare la crescita economica. Vogliamo aiutare la PA e le imprese a percorrere insieme a noi un cammino di innovazione e trasformazione digitale per rendere l'Italia una Smart nation” (novembre 2019); “noi ce la stiamo mettendo tutta. Lavorando giorno e notte, e scontando anche le difficoltà di una burocrazia che in Italia è purtroppo un problema. Sia per la crescita economica che per la rapidità delle decisioni” (aprile 2020). In quest’ultima affermazione, resosi conto di non aver mantenuto da ministro in pectore, le promesse fatte come premier in carica, Conte ha un po’ scricchiolato. Tra l’altro, l’uomo deve avere la vista lunga se, tra le pieghe del Salva Italia – lo nota il sito Orwell- due senatori Pd avevano inserito un subemendamento (il 1000/58 al 1110 del governo)  con cui, in pratica, si istituiva una sorta di “scudo penale” per salvare da ogni responsabilità in tema di  “ordinanza, direttive, circolari, pareri, atti”  i politici ai quali fosse scappata -come dire?- qualche cazzata in tema di Coronavirus, magari dovuta all’eccesso di burocrazia (ad ora sono più di 200 atti prodotti). 

Quell’emendamento è stato cancellato. Ma non lo è il tradimento del Presidente Conte nei confronti dei suoi stessi propositi. Comanda lei, signor Premier, prenda una decisione da gabinetto di guerra e trasformi, davvero come Churchill, la sua ora più buia in un gesto storico…

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