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Luca Palamara, ricorso alla Corte Europea: magistratura italiana nel mirino, obiettivo "essere reintegrato"

Pietro Senaldi
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L'ex capo dei magistrati Luca Palamara presenterà ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro la sua radiazione dalla corporazione delle toghe. Gli auguriamo buona fortuna ma la mossa è disperata. Se nell'opera teatrale di Bertold Brecht esisteva un giudice a Berlino capace di dare ragione al contadino che sfidava l'imperatore, nella pantomima della democrazia che sono ormai le istituzioni europee pare improbabile che un reietto possa avere ragione su un sistema di potere che governa un Paese. La vicenda dell'ex presidente dell'Associazione Magistrati è presto riassunta. Intercettazioni telefoniche hanno dimostrato che egli non concepiva la sua carica come una missione volta a promuovere trasparenza, meritocrazia ed equità nella casta che decide le nostre sorti. Tutt' altro: usava il proprio potere e la propria influenza per piazzare toghe in posizioni chiave nelle Procure e nei Tribunali e pilotava le nomine del Csm, l'organo di autogoverno dei giudici, in base a criteri politici, clientelari, opportunistici. Una conversazione rubata ha anche dimostrato che i vertici della magistratura ritengono che Salvini sia innocente rispetto alle accuse di sequestro di persona per aver bloccato gli sbarchi di immigrati clandestini, ma che è stato incriminato lo stesso perché ritenuto un nemico politico, quindi in sostanza perché non è di sinistra. Anche questo non aiuterà Palamara a ottenere una riabilitazione della giustizia europea.

 

 

PARABOLA GIACOBINA
Indipendentemente da ogni giudizio di merito sul comportamento del super procuratore dai pieni poteri quando era al massimo del suo folgore, la verità è che, se a Strasburgo esistesse un giudice, l'ex presidente dell'Anm andrebbe assolto. La radiazione della toga barbuta infatti è avvenuta per giudizio dei suoi pari, non solo da intendersi come colleghi di tribunale bensì, in molte circostanze, anche come compagni di merende. Si è trattato di uno di quei tipici casi nei quali i beneficiati, per non perdere i privilegi conquistati, impiccano il benefattore. Parabola da manuale del giacobinismo manettaro.

 

 

I magistrati che hanno fatto fuori Palamara sono per lo più parte integrante del sistema di potere che l'espulso aveva contribuito a alimentare con un ruolo da protagonista in commedia. I casi quindi sono due: o essi, dopo aver lapidato e cacciato il loro capo, si battono il petto e si dimettono, restituendo dignità a loro stessi e credibilità alla magistratura, oppure lo riammettono, in barba a cittadini innocenti e rei e a ogni principio di giustizia, visto che è uno di loro. Una toga, una razza è infatti il detto che si potrebbe applicare a certi vertici della magistratura, che avendo scambiato il loro ruolo per un lasciapassare a fare il bello e il cattivo tempo impuniti, squalificano e danneggiano la maggioranza dei magistrati, onesta, seria e laboriosa. 

 

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