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Sigfrido Ranucci, servizi finti comprati con i soldi pubblici. Terremoto in Rai, ora rischia l'indagine della Corte dei conti

Sigfrido Ranucci

Brunella Bolloli
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Tutto in Rai deve essere rendicontato. C'è un albo dei fornitori, ci sono controlli rigorosi, ci sono organi di amministrazione, c'è perfino un magistrato contabile delegato per la Rai, che è un'azienda pubblica e risponde al Tesoro. Quindi, anche se le cifre spese da Report per acquistare video di dubbia provenienza non sono costate come dei diamanti, il rischio è che sia ora la Corte dei Conti a occuparsi della storiaccia dei filmati confezionati in modo rocambolesco pur di servire lo scoop contro quel politico o un altro. A sollevare il caso è il deputato Michele Anzaldi di Italia Viva, peraltro uno di quelli che ha sempre difeso Report perché «in Italia i programmi d'inchiesta sono tre: Report, Striscia la Notizia e Le Iene», spiega, e «la Rai fa bene a tenersi cara una trasmissione che da tanti anni ha così successo. Però, adesso che l'Audit deve vederci chiaro sulla vicenda degli sms spediti da Sigfrido Ranucci ai miei colleghi della commissione di Vigilanza Rai, con toni tuttaltro che amichevoli, a mio parere deve acquisire anche tutta la documentazione video pubblicata in questi giorni da Il Riformista».

 

 

Anzaldi non è l'unico a pensarla così. Ad affermare che non bisogna censurare nessuno o silenziare i giornalisti d'inchiesta, ma che serva uno scatto da parte dell'azienda sì. Altrimenti ci penserà la Corte dei Conti. E allora sono guai. Un'altra tegola su Viale Mazzini. Peraltro, su Report non è certo la prima volta che scoppia la polemica. Nell'ultima seduta della commissione, mentre infuriava la bomba dei messaggini diffamatori che il vicedirettore di Rai3 ha mandato ad alcuni parlamentari, rei di avere diffuso una lettera anonima contro di lui, l'amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, ha lasciato cadere là, quasi come un inciso: «Comunque le accuse di molestie sessuali contro Ranucci sono state archiviate».

Senza un documento, senza tanti dettagli, come se quella storia della missiva anonima circolata il 24 novembre non fosse stata importante, quasi un casus belli. Ora la situazione è ancora più infuocata per il video pubblicato dal giornale di Piero Sansonetti due giorni fa. È del 2014, è vero, ma il documento è inedito e non può non fare discutere. Si vede il conduttore di Report a pranzo in un ristorante di Roma mentre tratta con due "videomaker" veneti la produzione di un servizio che, si scoprirà poi, ha come "protagonista" l'allora sindaco di Verona in quel momento, uomo forte della Lega, Flavio Tosi. Uno dei due freelance è un militante politico con agganci in Calabria che, tra l'altro, racconterà di essere braccato da un pericoloso killer assoldato per farlo fuori, ragion per cui Ranucci si attacca al telefono e assicura di essere in contatto con forze dell'ordine di primissimo livello, procure e 007 che potrebbero aiutarlo.

 

 

Non solo. Costui era sicuro di poter produrre un video scandalistico del sindaco Tosi non proprio in abiti istituzionali. L'altro è Sergio Borsato, leghista di fede bossiana, che aveva già collaborato nella produzione di qualche servizio per la Rai ed è lui che si presenta all'appuntamento con Ranucci munito di una telecamerina nascosta. Lecito? La Cassazione sull'argomento ha detto di sì e la conferma arriva anche dall'avvocato Antonio Mezzomo, che ha difeso Borsato nella causa che Ranucci ha poi intentato contro Borsato e il sindaco Tosi (assolti nel procedimento dal reato di calunnia). Il problema è che questo video, lungo circa 65 minuti, ma di cui sono visibili dei frame pari a 8 minuti, viene considerato taroccato da Ranucci e dai suoi sostenitori, convinti che ci sia stato un insert audio («l'obiettivo è Tosi, Flavio») mentre la manipolazione non sarebbe stata provata. O meglio: come recita la sentenza del tribunale di Verona del 30 settembre 2019, «il fatto non costituisce reato».

 

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