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Carlo Panella, dopo Macron cambia tutto: "Alleanza con l'Italia, la nuova faccia dell'Europa"

Gianluca Veneziani
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In un contesto mondiale in cui si sfidano le grandi potenze pare singolare invocare i sovranismi come soluzione alla debolezza europea. E invece il nostro continente potrà salvarsi tornando alle nazioni, secondo il giornalista e scrittore Carlo Panella, autore di Elogio del sovranismo (Piemme).

Panella, perché elogiare il sovranismo, mentre da più parti si celebra l'Europa capace di dare una risposta unitaria a Putin?
«Non è vero che l'Europa ha risposto in maniera unitaria alla guerra. La Germania ha spaccato l'Europa, continuando a boicottare l'ipotesi di sospendere l'import dalla Russia di petrolio e carbone e dimostrandosi la più avara nel fornire le armi a Kiev. È la dimostrazione che il sovranismo è comune a tutti i Paesi Ue, e poi che la costruzione europea è saltata definitivamente con la guerra. Questo è accaduto perché l'Europa non ha un cervello politico: solo un'istituzione demente politicamente dà un miliardo e mezzo di euro in armi a Zelensky e 50 miliardi a Putin per il gas, da lui usati per fare la guerra. Solo un'istituzione demente progetta di fare un esercito europeo di soli 5.000 uomini, grande quanto l'esercito della Slovenia. E solo un'istituzione demente politicamente non chiede di far parte della delegazione che tratta con la Russia».

Quali miti dell'Ue sono stati cancellati dalla guerra?
«Innanzitutto il conflitto ha dimostrato come sia falsa la filosofia politica alla base dell'Ue, e cioè il cambiamento attraverso il commercio. Con la politica di integrazione dei mercati non si produce un cambiamento politico nelle istituzioni e tanto meno un'unificazione politica. Allo stesso tempo, attraverso la globalizzazione, non si esporta democrazia fuori dall'Europa, ad esempio in Russia o in Cina. La guerra ha anche dimostrato che lo scontro non nasce solo da tensioni economiche. L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia non ha nessuna ragione economica, si basa sull'ipernazionalismo russo e sul nazionalismo ucraino. Ci sono delle energie nella vita delle nazioni che riguardano il patriottismo, e niente hanno a che fare coi soldi».

Per lei un'Europa federale, connotata dalla cessione di sovranità degli Stati, è «impraticabile». Perché?
«È impraticabile nei fatti. Lo è dal punto di vista dell'esercito europeo: per averlo ci vorrebbe un unico comandante in capo e un governo politico unitario. Cosa che in Europa non è. Lo stesso vale per la politica estera: come è possibile avere un'unica linea se in Libia la Francia sta dalla parte di Haftar e di Bengasi, l'Italia, la Spagna e l'Onu dalla parte del governo di Tripoli, mentre la Germania fa finta di mediare? La Libia è stato il trailer dell'impotenza europea nel conflitto ucraino. A fronte della guerra tra Tripoli e Bengasi, l'Europa continuava a dire che la soluzione era politica, quando invece era militare. E così l'Europa è stata annullata, visto che oggi i padroni della Libia sono Turchia e Russia. A loro volta, però, le armi senza politica sono spuntate. La Nato, ad esempio, dopo il 2014 ha fornito molte armi all'Ucraina ma non ha fatto pressione su Kiev e Mosca perché venissero implementati gli accordi di Minsk (con il riconoscimento di uno status speciale delle regioni di Donetsk e Lugansk, ndr). Le armi con una pressione politica avrebbero evitato la guerra, ma la Nato ha usato solo le armi ed è scoppiata la guerra».

Lei propone come alternativa il modello confederale, l'Europa delle patrie di De Gaulle. Di che si tratta?
«Significa lasciare in piedi le strutture europee che funzionano, relative a commercio e moneta. Dopodiché vanno costruite alleanze tra Paesi che abbiano visioni analoghe. Non penso sia possibile un'unificazione con la Germania, che pensa solo a se stessa. Sarebbe opportuna invece un'alleanza tra Italia e Francia e altri Paesi omogenei politicamente (Spagna, Portogallo e Grecia) su energia, politica estera, difesa, cercando di capire quali sono i loro interessi comuni, a partire dalla tutela dei propri interessi nazionali. Solo mettendo insieme i propri sovranismi sarà possibile salvare l'Europa. Del resto, Macron è uno dei principali sovranisti d'Europa: è più sovranista di Le Pen. Per lui gli interessi strategici della Francia vengono prima di qualsiasi considerazione europeista. Ma, detto ciò, occorre trovare un terreno comune a partire dal quale costruire un'alleanza e un esercito europeo in parallelo a quello Nato. È il progetto di un'Europa a cerchi concentrici in cui un nucleo centrale e omogeneo politicamente decide. Ma non sarà mai possibile un'Europa come unione politica tra tutti gli Stati: in tal senso l'Ue è destinata a restare un gigante economico, un nano politico e un verme militare».

In quali altri ambiti dovremmo riscoprire la bontà del sovranismo?
«Penso all'energia. Perla follia di far decidere a organismi sovranazionali la nostra politica energetica, siamo passati dall'estrarre 20 miliardi di metri cubi di metano dal territorio nazionale a 4 miliardi di metano. In più abbiamo preferito comprare gas dalla Russia anziché investire in estrazioni di metano, solo perché costava meno acquistare che trivellare. Anche sulle sanzioni auspico che Roma si comporti come Berlino che si rifiuta di applicare quelle che danneggiano l'interesse nazionale».

Ma perché la sinistra nostrana continua a demonizzare il sovranismo?
«Per cattiva coscienza. La sinistra non può dimenticare di essere stata internazionalista. E così l'Italia, in cui la sinistra occupa tatticamente il potere, è l'unico Paese al mondo in cui la parola patria è considerata reazionaria e il termine sovranismo è giudicato negativamente. Ma esso è un atteggiamento naturale di ogni comunità umana e la base per salvare l'Europa dalla sua crisi».

Lei parteciperà alla convention di Fdi con altre figure di alto spessore, da Pera a Nordio. È un buon segnale?
«È la dimostrazione di un avvicinamento degli intellettuali a Fdi e di Fdi agli intellettuali. E della volontà della Meloni di costruire una classe dirigente e pensante».

Da giornalista ex di sinistra, come valuta le posizioni dell'Anpi sulla guerra?
«L'Anpi aveva senso finché era l'associazione dei partigiani, ora è il refugium peccatorum dei falliti dell'estrema sinistra».

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