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Elisabetta Sgarbi: "Amo gli scrittori eversivi, l'ideologia non conta"

 Elisabetta Sgarbi alla Mostra di Linus a Ferrara

L'editrice de «La nave di Teseo» e direttrice della rivista «Linus», dopo aver sdoganato Houellebecq, dedica il suo festival del fumetto all'ucraino Giorgio Scerbanenco, etichettato come autore di destra. «Era un grande affabulatore»

Francesco Specchia
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Un ucraino perseguitato dal regime comunista con lo sguardo a tapparella e una predisposizione quasi hegeliana verso il delitto.
La svolta di Linus - che dal 22 settembre inaugura l’edizione del suo Festival del fumetto a Ascoli – sta nel fu Giorgio Scerbanenco, da sempre bistrattato a sinistra, antimarxista, adorato dalla destra pop e muscolare: e, da oggi, venerato maestro anche per il pubblico (ex) militante della mitica “Rivista di fumetti & e altro”.
Elisabetta Sgarbi direttore responsabile dell’ormai consolidato progetto mook (ossia modello “libro collettivo”) di Linus, assieme all’ottimo direttore editoriale Igort, sta cambiando, di fatto, anche nei fumetti, il panorama culturale.
Cara Elisabetta, dedicate il festival al giallista Scerbanenco, se vogliamo sul filo dell’atlantismo: l’ucraino in fuga da regime comunista che negli anni 70 dall’intellighenzia veniva considerato - alla stregua di Pietro Germi al cinema - un autore popolare, di certo non di sinistra...
«Scerbanenco era e rimane un grande narratore di storie. Ma il suo sguardo sulla società era implacabile, era capace di registrare i piccoli e grandi cambiamenti che nel dopoguerra si succedevano. Se leggiamo i suoi romanzi degli anni ’40 o ’50 e li mettiamo a confronto con quelli di Duca Lamberti riconosciamo l’autore, certamente, ma registriamo che la società italiana era molto cambiata. In questo senso, mi interessa poco se fosse percepito come di destra o di sinistra, o se lui si sentisse di destra o di sinistra: era uno straordinario affabulatore e un sismografo della temperatura sociale. La serie di Duca è secondo me imprescindibile per capire come nasce (e su cosa si innesta) la lotta armata (di matrice politica). Il paragone con Germi è molto interessante».
Be’, Germi era un rivoluzionario, tacciato a mezza bocca, di essere conservatore e un po’ fascio. Quando avete preso in mano Linus presentando gli inediti di Houellebecq al Salone di Torino 2018, l’indirizzo del giornale si è via via spoliticizzato. Avete aperto ad autori eversivi anche “a destra” o ghettizzati dalla comunità cultura ufficiale: con monografie di Jacovitti, Zelensky, perfino Roth nel momento in cui veniva condannato nei salotti dem italiani e non, dal politically correct.
«Per me un autore è meglio che sia eversivo, piuttosto che etichettato politicamente.
Molto più interessante. Naturalmente l’“eversione” deve essere accompagnata dalla “forma”, perché se è fine a se stessa, non è arte o letteratura. Houellebecq, non so proprio se sia di sinistra o di destra, penso che siano categorie per lui piuttosto insufficienti. Poi sulla linea editoriale di Linus, bisogna che senta il direttore, Igort. Io do il mio contributo su alcuni interventi letterari».
Igort spazia da Walt Disney a Kafka a Pazienza. Un eclettico.
«A me la sua linea piace, andare a scegliere persone, artisti, qualità individuali, non schemi».

Libero aveva lanciato una provocazione su Umberto Eco sdoganatore delle cultura di destra (in un’analisi trasversale di Apocalittici e integrati, ma anche dei feuilleton, fumetti e fotoromanzi). Cosa ne pensa?
«E' una domanda complessa».
Lo so, l’ultima volta che l’ho fatta, alcuni suoi colleghi mi hanno lapidato...
«Be’, una volta in un mio film, Quiproquo, chiedemmo ad Angelo Guglielmi (che con Eco e altri condivideva il gruppo ’63), se non si sentirono traditi, loro, quando Eco pubblicò Il nome della rosa. E Angelo - un gigante - mi disse in effetti di sì, perché era un romanzo, almeno apparentemente, di trama, di storia, mentre loro avevano attenzione alla sperimentazione formale. Però aggiunse subito: “ma sbagliavamo, perché Eco stava facendo una rivoluzione, all’interno del romanzo, per conto suo, che sarebbe stata molto più duratura».

Ma Eco era stato informato?
«E quando ponemmo analoga domanda a Eco, ci rispose sornione: eravamo una avanguardia intelligente, e ci siano suicidati al momento opportuno. Non so se ho risposto alla tua domanda, ma la storia anche ideologica si nutre poi di scelte e svolte individuali: si condannava allora il Bassani dei Finzi Contini, e poi dallo stesso gruppo esce Il nome della Rosa che vende centinaia di milioni di copie nel mondo. Immagino che Scerbanenco nel Gruppo ’63 non lo leggessero neppure, e ora è considerato il padre del noir italiano, da autori certamente non lontani dalla sfera politica del Gruppo 63».
L’immaginario raccontato dai fumetti ha una connotazione politica o è patrimonio comune? (Ricordo che nel Linus degli esordi, anno ’67, c’era il sartriano Topor ma pure Topor c’era il repubblicanissimo Al Capp autore di Li’l Abner)

«Bisogna intendersi sui termini. Certo che l’immaginario dei fumetti è “politica”: è sovversivo, libero, veloce. $ eternamente giovane. Se però misi vuole costringere a incasellarlo in questioni di partito, no. Il fumetto non siede attualmente in Parlamento, non tra i banchi dell’opposizione e neppure in quelli della maggioranza».

Che cosa pensa del cambio di “narrazione” che si propone al ministero della Cultura? Voglio dire: esistono intellettuali di destra (si chiedono i vecchi lettori di Linus)? «Categoria che io trovo molto pericolosa. L’intellettuale è un intellettuale, cioè è libero. Non ha vincoli ideologici e neppure di partito. Certo, ci sono intellettuali antagonisti, apertamente schierati contro una classe politica o l’altra. Ci sono adesioni più o meno esplicite».

Cioè siamo oltre l’ideologia: una cultura panottica, per citare Jeremy Bentham...?

«Ci possono essere temi importanti su cui ci si schiera, e che sono decisivi: la distribuzione equa delle ricchezze, l’immigrazione, l’accoglienza, la libertà di espressione. Ma questo genitivo soggettivo intellettuale “di” destra, “della” destra o “della” sinistra, mi ha sempre spaventato un po’. Preferisco un uomo di cultura libero, che sappia opporsi anche a chi lo ha messo lì, in quel ruolo di potere».

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