«Il colpo alla reputazione della Confederazione è pazzesco. Questa strage di ragazzi figli dell’élite mondiale, avvenuta a “Le Constellation”, che è un po’ il luogo di svezzamento delle nuove generazioni del jet set, è già diventata anche un caso politico».
Klaus Davi è il più italiano degli svizzeri. Giornalista, saggista, pubblicitario, fondatore dell’agenzia di comunicazione che porta il suo nome, ha lasciato la Confederazione in gioventù, ma non ha mai tagliato il cordone ombelicale. Non vuole attirarsi le contumelie dei «molto permalosi» connazionali, ma è perfettamente consapevole della figuraccia planetaria che il rogo di Crans-Montana ha fatto fare al Paese.
Norme di sicurezza lasche e ignorate, ospedali non in grado di accogliere tutti i feriti, una timidezza comunicativa che, più che imbarazzo, dà l’impressione di uno sforzo di autodifesa. Uno spettacolo avvilente, ma non è giusto che il dolore per i ragazzi morti metta in secondo piano le responsabilità di chi ha cagionato la strage. Un mix di pressappochismo, sensazione di superiorità ingiustificata ed esigenze minime di incolumità sacrificate alle urgenze e necessità degli affari, visto da questo versante delle Alpi, quello delle tante vite giovani soffocate da un soffitto basso e bruciate in un rogo di irresponsabilità pubblica.
«La più diffusa testata svizzera, 20 Minutes, ha puntato l’indice d’accusa: dovevamo fare tesoro di quanto successo in Usa nel 2003, nella discoteca “The Station”, dove persero la vita cento giovani. Invece...», si rammarica Davi.
Klaus, dall’Italia si ha la sensazione che la Svizzera non si renda conto delle proprie responsabilità in questa strage mondiale. La conferenza stampa dopo l’incidente sembrava il bollettino del meteo...
«È stata una conferenza stampa in cui si è detto poco o nulla: istituzioni, magistratura, responsabili di sicurezza e sanità, tutti allo stesso tavolo rivolti all’opinione pubblica internazionale e intenti soprattutto a tutelare il mito infranto della precisione e perfezione svizzere, che sta vacillando pesantemente».
La critica, e l’autocritica, sui giornali svizzeri sono però ancora molto caute. Forse troppo?
«Ieri era il giorno del lutto, il Paese è sotto choc, come anestetizzato. Già da domani penso che partiranno le polemiche, anche se qui è molto diverso dall’Italia, dove prima scattano le manette e poi si accertano le responsabilità. Anche la stampa è molto più sobria, la condanna mediatica non scatta subito».
È in corso un tentativo per mettere la sordina alle responsabilità del sistema Svizzera nella strage dei ragazzi?
«La procuratrice che ha in mano l’inchiesta, Beatrice Pilloud, ha dichiarato che al momento non ci saranno arresti. Questo però è un modo di procedere tipico, non il tentativo di depotenziare la cassa mediatica di quanto successo».
Il mondo è anestetizzato dal dolore. Quando si riprenderà, la prima domanda sarà: come è potuta accadere una cosa del genere in Svizzera?
«In effetti abbiamo assistito a un caos che ha dato la sensazione di trovarsi in una realtà per nulla elvetica, forse più latina».
Piano con le parole: l’Italia ha saputo intervenire prontamente e ha sopperito per quanto poteva alle carenze svizzere...
«E stampa e istituzioni svizzere lo hanno subito riconosciuto: l’Italia ha dato un aiuto, tempestivo, efficace e molto collaborativo».
Come è potuto accadere, Klaus?
«Qualcuno ha chiuso gli occhi. Credo che alla fine delle indagini emergerà questo. Tra omesso controllo e carenze legislative, qualcosa non ha funzionato».
Ripeto, come è possibile? In Svizzera ti ritirano la patente se superi di venti chilometri il limite di velocità in autostrada ma poi ti consentono di dar fuoco per divertimento a un locale senza vie di fuga e con soffitto non ignifugo. Non le pare incredibile?
«Qualcosa non torna. I proprietari del locale della tragedia, i due corsi, sono grandi imprenditori turistici molto in vista nel canton Vallese, hanno diversi locali e dimestichezza con le autorità».
Nelle piattaforme web il livello di sicurezza di Le Constellation era 6.5, quindi molto basso. È un miracolo che la tragedia non sia accaduta prima. Perché le autorità non si sono allarmate o non hanno chiuso il locale?
«La Svizzera è una confederazione, ogni cantone ha le sue leggi. Il rito delle candele scintillanti nelle bottiglie di champagne, da cui è nata la tragedia, è legale, per esempio, basta che a farlo sia un maggiorenne. I titolari del locale lo avevano perfino pubblicizzato su internet».
Questo però, più che tranquillizzante è terrificante...
«Ho la sensazione che ci sia stata leggerezza nei controlli perché Crans è una località simbolo, quindi la rigidità si allenta, quasi a non voler disturbare i turisti vip».
Ma un turista non è disturbato dalle uscite di sicurezza, anzi: non trova?
«È una mia illazione: lo status alto dei turisti ha indotto le autorità ad avere una maggiore tolleranza».
E pensare che in Italia accade l’opposto. Quando un vip apre un locale viene sottoposto a una radiografia. Per la verità a Flavio Briatore è capitato anche in Svizzera di essere oggetto di rigorosi controlli.
«Nella tragedia c’è stata molta sciatteria, ma ha inciso anche l’idea che Crans sia una sorta di zona franca del turismo di lusso».
Questo rogo è un drammatico squarcio nello smoking. Ma se fa questo ragionamento, significa che questa tragedia sarebbe potuta capitare anche a Saint-Moritz o a Gstaad?
«Questo non posso dirlo. Evidentemente, nella gestione dei locali, Crans era diventata una realtà sopra le leggi, o comunque intoccabile. Solo che adesso il fatto che la città sia uno dei simboli della Svizzera fa sì che quanto accaduto lì contamini l’immagine di tutto il Paese».
Non è che alla fine in Svizzera i soldi pagano e ripuliscono tutto, dai conti in banca aperti dagli stranieri per sfuggire al fisco alle discoteche fuori legge, come racconta il capolavoro del 1990, “La Svizzera lava più bianco” di Jean Ziegler?
«Qualcosa è cambiato in 35 anni, tant’è che non siamo più un paradiso fiscale».
Direi che come paradiso della movida giovanile avete fallito...
«Ci sarà un crollo di immagine, e forse di turisti nel prossimo anno».
Come ne può venire fuori la Confederazione?
«Innanzi tutto deve saltare qualche testa a livello di governo cantonale. Poi bisogna fare un bagno di umiltà e ammettere tutte le proprie responsabilità. Devi riconoscere che non ci sono stati controlli adeguati, che le leggi sulla sicurezza erano sbagliate e che è stato fondamentale l’aiuto degli altri Paesi. Il negazionismo, in queste situazioni di crisi profonda, è controproducente».
Non mi sembra sulla buona strada...
«Perché va fatto anche un salto culturale. La Svizzera deve diventare un Paese più elastico, smetterla di vivere nel mito di una perfezione che in realtà non esiste è che è solo una gabbia sociale».




