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Valentino, sublime ma anche pop: ecco chi era l'imperatore della moda

Dava del tu a tutto il mondo che si è inchinato alla sua arte. Ha vestito dive e divine ma mai starlette. Così lo stilista sembrava uno di noi a braccetto con Jackie Kennedy e Audrey Hepburn
di Claudia Gualdanamartedì 20 gennaio 2026
Valentino, sublime ma anche pop: ecco chi era l'imperatore della moda

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È un altro pezzo di storia italiana che se ne va. Ancora non avevamo metabolizzato il lutto per Armani, che adesso ci arriva in testa quest’altra tegola. A onor del vero i due, per quanto nati a una manciata di chilometri l’uno dall’altro, sotto e sopra il Po, non avrebbero potuto essere più diversi. Chi scrive, piacentina come Armani, di Re Giorgio sa la freddezza iniziale, il riserbo, per dirla tutta la chiusura ermetica, della gente dei suoi posti, di cui sembrava un ottimo esemplare, globalizzato finché vuoi, ma pur sempre piacentino, perché si torna sempre da dove si è iniziato. L’immagine pubblica di Valentino Garavani da Voghera era quanto di più diverso. Innanzitutto lombardo, non di terra di confine, quindi più aperto per definizione, e poi romano d’adozione. E qui sta tutta la differenza del mondo. Non è un caso che a Voghera fosse nato pure Arbasino, e ci si scommetterebbe un occhio che si conoscessero eccome, memori entrambi di terrazze romane e grasse risate. Perché insomma Valentino è stato lo stilista che vestiva Audrey Hepburn e passeggiava a Capri con Jacqueline Kennedy, dava del tu a tutto il mondo, ma era arcitaliano, senza quel pizzico di presunto calvinismo – nei fatti inesistente – di cui gli italiani del centro sud talvolta ci accusano.

Armani lo si stimava, lo si considerava un grande, ma se ne coglieva il distacco siderale, e questo nonostante fosse un uomo buono, che faceva tanta beneficenza e pagava pure le tasse in Italia. Ma Valentino ci era simpatico, da morire, perché è stato, forse suo malgrado, un personaggio pop. Alzi la mano chi ha dimenticato la gustosissima imitazione che ne faceva Dario Ballantini a Striscia la notizia, con l’abbronzatura allampanata e un po’ cafona che in effetti con il leggendario “rosso Valentino”, il più chic, c’entrava poco o niente. Ricevi la notizia e più che una lacrima sboccia un sorriso, perché Valentino Garavani da Voghera la vita sicuramente se l’è goduta, elargendo sogni a destra e a manca, come piaceva fare all’altro lombardo 18 carati, Silvio Berlusconi. Il Garavani invero sorrideva poco, può essere che sia stata l’imitazione di Ballantini a portare terra terra l’estro immenso di questo sarto di dive e divine, di divette mai: la sua era roba di gran classe, da signore, non da smandrappate. Sogni che molte di noi collegano alle mamme, e di lì forse viene un pizzico di tutto l’affetto che ora sentiamo. Valentino da un paio di decenni era un po’ demodé, sapeva di un’Italia un po’ superata, come quel profumo che portava solo il suo nome, la boccetta allungata come una mannequin e scanalata come una colonna greca, e il monogramma con la V, che ti spruzzavi quando entravi nella camera dei tuoi genitori. Ma forse è anche perché con le sue foto ha popolato riviste e rivistine, Chi e Vogue sullo stesso piano e chissenefrega: purché parlino, che tutto fa pubblicità. Infatti lo si è visto fotografato per decenni, sempre in posti preclusi ai comuni mortali, ma alla fine era come se lo conoscessimo davvero. Ed è così che Valentino ha la smorfia buffa di Ballantini ma anche l’espressione seria del ritratto di Andy Warhol, come Armani naturalmente, ma in compenso più scatti da jet set, da qualche parte nel mondo: con Liz Taylor e Lady D, poi ecumenicamente mentre si inchina alla regina Elisabetta, poi più prosaicamente in posa su una coperta zebrata con camicia aperta e basettone anni Settanta. Quindi si piomba nei favolosi anni Ottanta con lui sul divanone chesterfield, con tanto di specchi barocchi alle spalle e tappeto animalier, senza che peraltro manchi uno dei celebri carlini d’ordinanza, proprio come quelli di Marina Ripa di Meana.

Così come Arbasino in Fratelli d’Italia la patria nostra del boom l’aveva girata in lungo e in largo parafrasando e citando autori, nonché legandosi d’amicizia a titolatissime nobildonne, il Valentino di quella stessa Italia profondamente rimpianta, nato anch’egli negli anni Trenta, precisamente l’11 maggio 1932, nel ’65 sceglie come modella Donna Selvaggia Borromeo d’Adda, naturalmente bellissima e nobilissima. Ma le sue donne non sono mai essenziali, dalla linea pulita e rigorosa, come le amazzoni eleganti di Armani, con molte idee androgine e poco seno. Le sue amano gli abiti plissettati, i fiocchi giganti, i cappottini scomodi, l’haute couture delle grandi occasioni, i colori decisi – altroché greige - le chimere anziché la realtà. E sarà anche vero che il nostro Valentino andava ovunque, ma nei favolosi anni Sessanta sceglieva soprattutto indossatrici italiane, le favolose figlie del boom: Isa Stoppi, Benedetta Barzini, Mirella Petteni e poi la tedesca, la leggendaria Veruschka, ma pur sempre di Europa si parla. Non ha mai smesso di guardare il mondo, baroccamente accigliato, dal suo primo atelier di via Condotti, nel ’59. Non si è mai risparmiato e gli vogliamo bene anche per questo. Ci mancherà, come l’Italia eccessiva degli anni Sessanta e poi Ottanta, di cui possiamo ben dire essere stato la più bella bandiera.