In Vaticano ieri il Verbo si è fatto carta. Stanislaw Lec diceva: «In principio era il Verbo, alla fine le chiacchiere». Ci sono anche cose buone (insieme ad altre sbagliate) nell’enciclica Magnifica Humanitas. Ma anzitutto colpisce la prolissità: ha più di 40mila parole. Mentre la Rerum novarum a cui dice di ispirarsi ne ha 11mila. Perfino il Vangelo di San Giovanni ha solo 15 mila parole. Eppure da 2000 anni comunica la salvezza dell’umanità. Non solo. Quel Vangelo inizia proclamando la divinità di Gesù («il Verbo era Dio... tutto fu fatto per mezzo di lui»). Ma nell’enciclica Cristo appare come esempio di «magnifica umanità» a cui noi possiamo guardare e ispirarci, nel tempo delle nuove tecnologie, per costruire «un mondo più giusto», chiamando «altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano».
Qualcosa non torna (citano la Lumen Gentium n. 1, ma dimenticano il n. 2). Nella dottrina cattolica Gesù è «vero Dio e vero uomo» e anzitutto è venuto non per cambiare la società, ma per redimere l’uomo decaduto dopo il peccato originale, per renderlo nuova creatura, figlio di Dio, e con la resurrezione portarlo alla vita eterna. Senza questo orizzonte teologico si finisce fuori strada. Nel pelagianesimo. Nell’enciclica non c’è il peccato originale (si parla solo di «strutture di peccato» nel senso sociale). Invece dell’uomo decaduto per il peccato originale e bisognoso di redenzione c’è l’uomo, minacciato dalla tecnologia, bisognoso di buoni consigli e buone pratiche sociali. O minacciato dalla guerra e bisognoso dell’Onu. E Cristo? È un di più? Certo, ci sono pure pagine molte belle che invitano «a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA». Ma sembrano passi giustapposti, accostamenti artificiosi. Gesù Cristo è proposto come ispirazione e legame sociale: non è il centro, l’alfa e l’omega. Non si vede l’architettura di un’antropologia cattolica, con la necessità della grazia e l’eternità. Ancora una volta Cristo sembra un pretesto per parlare d’altro. Questioni sociali. E per fare un’operazione politica. Quale? Facciamo un passo indietro. Da dove spunta questa enciclica su un tema che è lontano anni luce dai problemi veri e drammatici della Chiesa di oggi? Non nasce dalla vita dei cristiani e neppure dalla sensibilità spirituale di Leone XIV. È un debito politico dovuto al bergoglismo, la cordata che un anno fa ha portato all’elezione del card. Robert Prevost. Il 12 maggio 2025 il Fatto quotidiano pubblicò un’intervista con questo titolo: «Andrea Riccardi: “Mi sono convinto che lo abbia indicato proprio Bergoglio”». Così il fondatore della Comunità di S. Egidio, molto potente in Vaticano, rendeva noto ciò che era accaduto. Perché Bergoglio indicò Prevost? Probabilmente nella sua visione delle cose Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, era il male da combattere e un Papa statunitense non poteva essere accusato di anti americanismo.
Prevost proveniva dagli ambienti progressisti Usa e aveva fatto l’esperienza sudamericana impregnata di terzomondismo. Con lui, secondo Bergoglio, la Chiesa poteva essere la grande opposizione al trumpismo a cui si poteva così sottrarre il voto dei cattolici. Una formidabile operazione per incidere sugli equilibri mondiali, nella visione di Bergoglio. Ovviamente Prevost non è Bergoglio. Ha un’altra profondità spirituale e un altro modo di porsi. Ma per ora ha accettato (sia pure con uno stile diverso) una certa continuità e l’ha dichiarato subito, come accade dopo i Conclavi per confermare gli impegni. Il 10 maggio, due giorni dopo la sua elezione, parlando ai cardinali, ha spiegato di aver scelto il nome Leone ispirandosi a Leone XIII, il papa della Rerum novarum, ritenendo di dover affrontare la nuova rivoluzione industriale dell’Intelligenza artificiale. Tutti sono rimasti spiazzati. Nessuno pensava a questo. Ma era l’ultimo punto dell’agenda Bergoglio, il quale, nei suoi dodici anni, ha portato avanti, come ha spiegato Maurizio Molinari, l’agenda Obama: immigrazioni, cambiamento climatico, temi Lgbt e apertura all’Islam e al regime cinese. Gli ultimi documenti di Bergoglio sono stati la Nota del S. Uffizio Antiqua et nova sull’intelligenza artificiale, del 14 gennaio 2025, e poi l’infuocata lettera ai vescovi americani contro le politiche immigratorie di Trump del 10 febbraio 2025. Praticamente erano le consegne lasciate al successore che ha dedicato la sua prima enciclica all’IA (dove Bergoglio è citato circa 60 volte). L’ha presentata il miliardario ateo Christopher Olah, cofondatore della multinazionale Anthropic che mesi fa è entrata in rotta di collisione con l’amministrazione Trump.
Non c’è che una motivazione politica per questa enciclica dal momento che solo un anno fa è uscita la lunga Nota del S. Uffizio sullo stesso tema. Oltretutto negli ultimi 45 anni i Papi hanno pubblicato ben cinque encicliche sociali. È dunque inutile il richiamo a Leone XIII nell’Introduzione per giustificare il fatto che la Santa Sede si occupi di questioni sociali. Fin troppo se n’è occupata. D’altronde l’enciclica presentata ieri si è ben guardata da riprendere la denuncia di Leone XIII contro il socialismo, intuizione profetica delle immani tragedie che il comunismo avrebbe provocato nel XX secolo. Né sono state riprese le denunce dei successori. Eppure oggi nel mondo c’è una potenza comunista più forte dell’Urss: la Cina. A tal proposito c’è una curiosità. La Magnifica Humanitas propone più volte, come scelta da fare oggi, l’alternativa biblica fra la costruzione della torre di Babele, impresa prometeica che voleva celebrare l’onnipotenza umana senza Dio (con «un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione») e l’ebreo Neemia che torna a Gerusalemme distrutta e con la sua gente fa rinascere la città dei padri e la nazione, «un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami». A ben vedere il primo caso ricorda proprio il regime imperiale cinese o il globalismo del progressismo Usa. Mentre il secondo ricorda la ricostituzione dello Stato di Israele del 1948 e il bisogno attuale dei popoli di ritrovare identità e sovranità. L’enciclica è globalista, condanna identità e nazionalismi, eppure parteggia per Neemia e condanna l’impresa di Babele. Una clamorosa contraddizione che fa sorridere. www.antoniosocci.com




