«Se andiamo alla sostanza delle cose, Donald Trump è un cafone; neppure un bullo, che già sarebbe a un livello più alto».
Dopo il Papa, non poteva che attaccare la Papessa...
«Non si tratta così un capo di governo, uomo o donna che sia. I toni riservati a Giorgia Meloni sono simili a quelli usati con Robert Prevost, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e tanti altri. La nostra premier è in buona compagnia. Gli insulti del presidente americano ormai sono medaglie da appuntarsi al petto».
Altro che dimostrazioni della sudditanza di Meloni e dell’Italia agli Usa?
«Al contrario, The Donald attacca in quanto è ancora indispettito per il fatto che l’Italia non gli ha concesso le basi per attaccare l’Iran e perché gli bruciano le critiche della premier alle sue parole sul Papa. La sua è una sorta di vendetta. Prova a punirci proprio perché non siamo sottomessi».
Tanto per cambiare, la sinistra non ha capito nulla. La banda dei quattro - Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli -, chi più chi meno, pur di criticare Giorgia finisce per esaltare Trump e parlare come lui. Non si sa se lo faccia per ottusità o per perseguire un disegno maligno e autolesionista, parafrasando l’interrogativo che Palazzo Chigi ha rivolto alla Casa Bianca sulle uscite offensive del presidente Usa. «C’è un grande equivoco mediatico», riflette Giordano Bruno Guerri, grande intellettuale della nostra destra, presidente della “Fondazione Il Vittoriale degli Italiani” e in libreria con il suo ultimo lavoro, “Audacia, Ribellione, Velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani”- Rizzoli editore). «Donald è stato eletto grazie allo slogan “America First”, ma lo ha subito tradotto in “Trump First”: è incappato, fatte le debito proporzioni, nell’errore di chi ha progetti megalomani e finisce per non tenere conto della realtà. È una sindrome capitata a giganti come Napoleone e Alessandro Magno, ma può colpire soggetti ben più modesti».
Cosa dovrebbe fare Meloni?
«Ha già fatto. Gli ha risposto bene, accusandolo di mentire e ribadendo che non supplica nessuno. Mi sembra più credibile lei di lui, anche agli occhi di chi in Italia la attacca e strumentalizza l’accaduto pensando erroneamente di fare i propri interessi».
Giorgia e Donald si riappacificheranno?
«Incidenti come questi non si dimenticano. Magari, per ragioni diplomatiche, tra una settimana si abbracceranno, ma certi sgarbi lasciano il segno, sono destinati a restare nella memoria collettiva e individuale e a incidere sui rapporti».
Mi sento un po’ Lilli Gruber a fare questa domanda e me ne rammarico: c’è un tratto psicopatologico nel comportamento di Trump?
«C’è una volontà di manifestare la propria potenza, quasi un bisogno, che in genere non è sintomo di forza. Ma l’aggressione rivela anche la volontà del presidente di fare dell’Europa un satellite degli Usa, politicamente ininfluente e costretta a pagare dazi, comprare armi e altri prodotti. Donald vorrebbe vedere Meloni, come tutti, ai suoi piedi; non c’è riuscito e questo lo irrita molto».
Meloni promette di tenere duro, l’Europa ce la farà?
«Trump è tornato dal G7 e si è reso conto che, nonostante tutto, era lui al centro dell’attenzione. Ha visto un’Europa che non è un’Unione, senza un capo e una linea politica comune, e allora, come fanno i più forti, ne approfitta. Lui lo fa in modo volgare, come da sua natura, ma il problema della debolezza dell’Europa, non della Meloni, c’è. Come è vero che abbiamo vissuto per decenni a spese degli Stati Uniti, che ci pagano la nostra sicurezza».
Qualche speranza?
«Poche, almeno nei prossimi decenni. Siamo 27 paesi ciascuno con una propria politica e interessi interni, anche elettorali, che ogni volta prevalgono su quelli dell’Unione».
Siamo sottomessi, dunque?
«Nessuno ama farsi sputare in faccia e la reazione della premier è stata orgogliosa e all’altezza. Il discorso della sudditanza è insensato. L’Italia ha bisogno degli Stati Uniti. La sinistra parla di una Meloni genuflessa, ma quante volte si è genuflesso Alcide De Gasperi agli Usa? Infinite, e meno male che lo ha fatto, altrimenti non saremmo usciti dal Dopoguerra. Quanto a Giorgia, continuerà, come suo dovere, a cercare buoni rapporti con gli Usa, mantenendo il punto e sperando di trovare più moderazione dall’altra parte».
Cosa manca a Meloni per affrancarsi ancora di più?
«Le manca di rivincere le elezioni. Con altri cinque anni di governo, grazie all’esperienza e alla credibilità acquisite e con tanto nuovo tempo davanti, può cercare di assumere la guida dell’Europa, o comunque influenzarla».
La sinistra assimila Trump a Meloni per attaccarla: Donald è un male o un bene per la destra?
«Ci sono tante destre. Quella trumpiana, di fatto illiberale, ha in Italia il proprio corrispondente in Roberto Vannacci. Quella di Meloni è la nuova destra conservatrice.
Forza Italia rappresenta quella liberale, la Lega...».
Già, la Lega?
«La Lega sta tornando alle proprie radici territoriali».
Trump fa male a Meloni?
«Può essere un’occasione per lei. Se, come sta facendo, cavalca la sua diversità da Trump si accredita in patria e all’estero e archivia per sempre le accuse di post -fascismo. Certo, il tutto va fatto tenendo presente i delicatissimi equilibri internazionali. Barra dritta sul distacco da The Donald dunque, come dal generale».
Dove andrà a parare il presidente?
«Parabola imprevedibile. Sa che non sarà rieletto e questo lo spinge a seguire le proprie inclinazioni senza darsi troppa pena delle conseguenze. È aggressivo anche perché frustrato, in quanto vorrebbe passare alla storia come un innovatore e un pacificatore ma vede che non riesce a incidere; quindi fa discorsi surreali, come quando rivendica di aver siglato otto trattati di pace».
L’America però è sempre l’America...
«Attenzione, l’America vincente oggi è quella di Elon Musk, un visionario, dalla Tesla a Marte. Non a caso è entrato subito in rotta di collisione con Trump, perché ha capito che è pericoloso. Il resto dell’America, già prima di Trump ma poi anche a causa sua, ha perso centralità e fascino, non è più la terra da cui arrivano le mode, la sua egemonia culturale si è sparpagliata, migrando in gran parte a nell’estremo Oriente; la Cina, ma anche la Corea, Singapore, perfino il Giappone...».




