Si era, come giusto, preparato il discorso, un comizio di cinque ore leggendo gli appunti. E quando il gioco si è fatto duro, nei 120 minuti finali, con le domande dei commissari, Giuseppe Conte ha cambiato schermo, dai fogli preparati al telefonino. I quesiti venivano fatti per blocchi e le risposte arrivavano al leader di M5S direttamente sul cellulare, da qualche incaricato che seguiva la seduta in rete, come abbiamo fatto noi. Lo si è capito dai movimenti dell’ex premier e dai botta e risposta con i colleghi parlamentari, nei quali l’interrogato annaspava e il suo tono perdeva sicurezza. Soprattutto quando gli è stato chiesto conto dei cento russi, tra cui solo una trentina di sanitari, ai quali, dopo una telefonata con Vladimir Putin, Giuseppi ha spalancato le porte del Paese in piena pandemia. Conte era atteso in Commissione Covid essenzialmente per rispondere di due accuse. La prima di aver sottovalutato inizialmente il virus, salvo poi correre ai ripari imponendo le restrizioni più rigide al mondo, senza però riuscire a salvaguardare l’Italia, che nell’Europa Occidentale ha avuto più morti di tutti, considerato il rapporto percentuali tra decessi e popolazione.
Colpa anche del fatto di non aver aggiornato il piano pandemico, vecchio di quasi vent’anni. La seconda di aver buttato via un sacco di soldi, con il più grande appalto pubblico della storia italiana, un miliardo e duecento milioni, per mascherine pressoché inutili, i banchi a rotelle, le Primule per (non) vaccinarsi, le chiusure selvagge e altre amenità. Non ha fatto nulla di tutto questo. Tutto lo sforzo dialettico dell’ex premier si è diviso tra l’impegno ad autocelebrarsi e lo sforzo di scaricare ogni responsabilità sugli altri. Il primo si è consumato con abuso di citazioni, da Martin Luther King ad Alcide De Gasperi, fino a provare ad arruolare Silvio Berlusconi. Il secondo ha visto tirare in ballo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i colleghi del governo, le Regioni, il resto del mondo e perfino l’opposizione. Ma soprattutto, Mario Draghi, al quale non ha perdonato di averlo sostituito e al quale rimprovera di «aver detto castronerie mai uscite dalla mia bocca». Obiettivo unico: tornare dov’era nel gennaio 2021, quando fu deposto. Per tirare in lungo, si è esibito in una lunga descrizione cronachistica degli accadimenti noti a tutti.
Giuseppe Conte, la figuraccia di un ex premier disabilitato
Ora si capisce perché Giuseppe Conte ci ha messo mesi a decidersi di presentarsi davanti alla Commissione parlame...Conte si è vantato di aver saputo tenere il popolo unito, ha raccontato i suoi famigerati dpcm notturni come il massimo esempio di democrazia dell’emergenza, si è vantato di avere creato un modello di lotta al virus che ha ispirato gli altri Stati, si è ascritto il merito di aver infranto il muro degli eurobond. Ha pure paragonato il Recovery Fund al patto di Maastricht e giustificato il suo narcisismo presenzialista con la necessità di tranquillizzare i cittadini. In sostanza, si è descritto come uno statista, una sorta di padre rifondatore dell’Unione Europea, capace di mettere tutti gli Stati membri in fila dietro l’Italia e di far cambiare natura all’alleanza. Per farlo non ha disdegnato di prodursi in sesquipedali panzane, come l’essersi vantato di aver tutelato l’economia, che invece ha avuto il calo più verticale di tutto l’Occidente, ed è l’unica che non si è ancora completamente ripresa dagli effetti della pandemia. Il messaggio è chiaro: ero il migliore ma mi hanno fatto fuori con il pretesto della campagna vaccinale che non partiva perché dovevo lasciare il posto al governo dei migliori, che migliori non erano, anzi; e Giuseppi non perde una sola occasione per ribadirlo.
L’ex premier è stato credibile solo in tre passaggi: quando ha detto di essersi impegnato al massimo, quando ha rivendicato di non aver commesso reati e quando ha ammesso che, nel clima di incertezza totale, era difficile capirci qualcosa, lasciando intendere che per ampi tratti ci ha capito poco o niente. Solo che la Commissione non gli contestava l’impegno, bensì i risultati scarsi, che più l’impegno è stato grande, più certificano l’inadeguatezza di chi si sforza.
Nessuno pensa poi che Conte sia un delinquente sotto l’aspetto del diritto penale, ma la difesa che all’avvocato del popolo non è riuscita è stata quella di aver commesso crimini politici. Infine, l’incertezza è comprensibile, ma la sicumera e l’accentramento in momenti di incertezza non è scusabile, ed è questo il vero motivo per cui la sinistra, e non Giorgia Meloni, che Giuseppi ha attaccato direttamente, gli ha tolto la poltrona da sotto il sedere.
«Ci rivedremo a settembre per chiarire tante cose», minaccia il capogruppo di Fdi, Galeazzo Bignami, raccogliendo la disponibilità di Conte a ripresentarsi anche a ottobre, novembre... E speriamo alla ripresa dopo le ferie di assistere a uno spettacolo diverso, perché quella di ieri è stata una recita in cui ogni attore ha recitato il suo copione senza però scambiare le proprie battute con l’altro. Giuseppi si appunta al petto la gestione del Covid come una medaglia, Fdi gliela tira contro come una pietra. La realtà è che lo scoppio della pandemia è stata una disgrazia per l’intero pianeta, tranne per il nostro ex premier, che altrimenti sarebbe caduto prima del gennaio 2021 e non avrebbe beneficiato della ribalta mediatica che il virus gli ha regalato e che ancora lo tiene politicamente in vita.




