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Il governo bastona Ranucci: "Ecco la sua montagna di bugie"

di Pietro Senaldivenerdì 17 luglio 2026
Il governo bastona Ranucci: "Ecco la sua montagna di bugie"

4' di lettura

Più parla, meno è credibile. Il contrappasso del re delle inchieste. Quando la Commissione Antimafia, poche settimane dopo l’attentato da lui subito, ascoltò Sigfrido Ranucci, l’interessato chiese che le sue risposte restassero secretate. Lo scandalo che sta travolgendo in questi giorni il conduttore di Report ha però sgretolato il muro del silenzio. Ora che sta andando in pezzi il mito del giornalista tutto d’un pezzo, quanto da lui dichiarato è divenuto noto, benché chi ha fatto trapelare un atto ancora vincolato dal segreto rischi molto. Sta emergendo infatti che il vicedirettore Rai, nel colloquio non più segreto, avrebbe espresso i suoi sospetti e indicato delle ipotesi sui mandanti. Non ha certo coinvolto l’amico e fonte Valter Lavitola, ora indagato come mente del piano criminale. Il giornalista avrebbe puntato l’indice molto più in alto: sul governo Meloni, sul Giornale, ai tempi diretto da Alessandro Sallusti, oggi direttore di Libero, e sui servizi segreti. Il fango senza prove esposto davanti all’Antimafia da Ranucci, che nelle sedi istituzionali spara a zero come si trovasse nel suo salotto televisivo, si spargerebbe in due direzioni.

Nella prima l’obiettivo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari. Sigfrido lo descrive preoccupato per una sua inchiesta sui traffici del padre di Giorgia Meloni (morto nel 2012 e che la premier non vede da oltre quarant’anni) con il clan Senese, e dà per certo che per questo abbia fatto costruire un dossier su di lui. La seconda colpisce il Giornale, con espresso riferimento al suo editore, la famiglia Angelucci, che il giornalista citerebbe espressamente. Il conduttore di Report collega l’imminenza di decisioni Rai sul suo programma all’uscita di alcuni articoli che descrivevano suo fratello finanziere come fonte di soggetti riconducibili all’inchiesta Equalize - che indaga su una rete di dossieraggi illegali e spionaggio informatico ai danni di decine di volti noti (politici, magistrati, manager, giornalisti...). Come se queste pubblicazioni fossero un’intimidazione o una vendetta.

Naturalmente quelle di Ranucci sono solo chiacchiere nella migliore delle ipotesi e depistaggi nella peggiore. Il conduttore prova a tappare i buchi: «Non ho mai detto che Fazzolari e il Giornale fossero i mandanti del mio attentato. Ho sempre escluso pubblicamente che vi fossero mandanti politici. Quanto riportato da organi di stampa che riferiscono estratti di verbali di una seduta secretata in Antimafia è falso». Una breve ricognizione consente a Libero di smentirlo però. Quanto emerso ha l’aria di essere vero.
Ranucci smentisce perché sa che al momento le carte non possono essere pubbliche, ma la sua difesa è destinata ad avere le gambe corte. Il suo è un gioco di corto respiro, per prendere tempo.

TUTTO TORNA
Il primo a non credergli è proprio Fazzolari, che si compiace di come «finalmente si sta sgretolando la montagna di menzogne di Ranucci». Il sottosegretario alla Presidenza già da tempo ha avviato un’azione legale contro il giornalista, chiedendo un risarcimento di 50mila euro «per le falsità e le dichiarazioni assurde» di Report, che lo accusa di aver attivato i servizi segreti per un dossieraggio della trasmissione Rai. Un’iniziativa che segue la causa che l’esponente di Fdi ha fatto alla tv pubblica per un’altra inchiesta della squadra di Sigfrido, che lo descriveva coinvolto nella scalata Mps-Mediobanca.
Ma la controffensiva di Fratelli d’Italia non finisce qui. Il deputato Gimmi Cangiano pochi giorni fa ha querelato il conduttore di Report per diffamazione e calunnia. In una puntata del programma infatti il giornalista lo aveva indicato come uno dei possibili mandanti dell’attentato ai suoi danni, che sarebbe stata una vendetta per l’inchiesta giornalistica che descriveva il Cantiere Navale Vittoria come terminale di operazioni societarie in odore di camorra delle quali l’onorevole meloniano avrebbe tirato le fila. Naturalmente tutte illazioni non provate.

I RUOLI
Non solo, gli avvocati stanno preparando un esposto, che Fdi depositerà in Procura, per chiedere ai magistrati di far chiarezza sui rapporti tra Ranucci e Lavitola. Quel che si vuole accertare è se sia il giornalista a utilizzare la fonte o non piuttosto il contrario; ovverosia se l’ex editore dell’Avanti si sia mai approfittato di Report e del suo rapporto preferenziale con il vicedirettore Rai brandendoli come una clava. Il sospetto è che il faccendiere utilizzasse la trasmissione come un’arma di minaccia per promuovere i propri affari e costringere imprenditori e apparati burocratici a venire a patti con lui, facendo capire che, in caso di rifiuto, gli avrebbe scatenato contro inchieste pretestuose che era in grado di suggerire all’amico. In particolare, oggetto dell’esposto sarebbero alcune attività, anche nell’ambito dell’energia eolica, tentate da Lavitola in Lazio e Campania. 

L’impressione è che la puntata di Report più interessante di tutti i tempi, quella sul conduttore integerrimo, sia solo ai titoli di testa. “Follow the money”, seguite il denaro, se volete capirci qualcosa, suggeriva Giovanni Falcone. Una domanda per Ranucci: perché è stato lui stesso nei mesi scorsi a mettere la sordina al proprio attentato? Nei giorni immediatamente successivi all’agguato, gli aveva dato il massimo risalto, con manifestazioni di piazza e dichiarazione pubbliche. Poi, tutta una stagione senza quasi parlarne. «Lasciamo lavorare la magistratura», è sempre stata la giustificazione; ma in tutte le sue altre inchieste non ha mai avuto questa accortezza anzi, talvolta pareva volerla imbeccare. Perché dunque questo silenzio sui propri guai?
Forse è partito pensando una cosa, e affermandola in Antimafia, ma poi ha iniziato a cambiare idea e preferito tacere...