Federico Rampini si trasferì a San Francisco nel marzo del 2000, il mese in cui crollò il Nasdaq. Se lo annotò sul taccuino: le bolle scoppiano, le rivoluzioni tecnologiche no. Editorialista del Corriere della Sera, già corrispondente da San Francisco, Pechino e New York, in “Pane e cannoni” (Mondadori, pp. 432, 22 euro) sostiene che l’illusione della globalizzazione pacifica è finita, e che l'Europa paga il conto di decenni passati a permettersi “il lusso del pacifismo”.
A quasi sei mesi dall’inizio della guerra fra Stati Uniti e Iran, la Borsa di New York ha appena chiuso sul massimo di sempre e gli utili americani corrono al ritmo più veloce dal 2021. Negli stessi giorni Donald Trump è al 33% e gli stipendi crescono meno dei prezzi. Chi sta leggendo bene l’America, Wall Street o gli elettori?
«Non c’è contraddizione tra l’ottimismo degli investitori e il pessimismo degli elettori. L’economia americana, una volta uscita dalla pandemia, ha ripreso una traiettoria positiva che è la sua costante praticamente dai tempi di Ronald Reagan, cioè dagli anni Ottanta. Tuttavia, proprio come accadde a Joe Biden, anche Trump subisce il malcontento per il carovita, la difficoltà di accesso agli alloggi, gli alti costi di alcuni servizi come istruzione e sanità. L’America sta meglio dell’Europa e della Cina, ma questi paragoni lasciano del tutto indifferente l'elettore. Giustamente: l’elettore americano non si paragona al cittadino di Shanghai, Berlino, Milano, ma al proprio livello di aspettative».
Un terzo della crescita americana di questi mesi arriva dagli investimenti in intelligenza artificiale. Se quel flusso si ferma, che cosa resta?
«Non vedo alcun motivo perché debba fermarsi, questa è una vera rivoluzione di cui percepiamo solo i segnali iniziali. Quello che si può fermare, magari perfino crollare, è la valutazione di Borsa di alcuni giganti legati a Big Tech. Nulla di nuovo. Mi stavo trasferendo a vivere a San Francisco nel marzo 2000 quando crollò il Nasdaq e molte imprese dot.com, come si definivano allora, fecero una brutta fine. Mica si fermò la rivoluzione di Internet».
Uno studio di Stanford sulle buste paga americane mostra che chi ha fra i 22 e i 25 anni e svolge un lavoro che l’Intelligenza artificiale sa già fare ha perso posti, mentre i cinquantenni negli stessi ruoli ne hanno guadagnati. Succederà anche da noi? E quella dell’IA è una bolla?
«Le bolle speculative hanno accompagnato tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche della storia americana, sono un fenomeno sgradevole ma nel lungo periodo lasciano poche tracce. Sono molto cauto sugli studi che pretendono di calcolare già adesso gli effetti dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Sono prematuri, e in genere viziati da un catastrofismo a priori. Il tasso di disoccupazione giovanile in questo periodo resta molto basso in America. Molti giovani sono ben attrezzati per sfruttare le opportunità dell’IA. Quelli che fanno più chiasso spesso hanno un pregiudizio ideologico contro il progresso e contro il capitalismo».
La Corte Suprema ha dichiarato illegali i dazi di Trump: da tre mesi lo Stato americano non incassa dalle dogane, restituisce. Nel suo libro scrive che oggi le guerre si combattono anche a colpi di dazi. Trump ha perso l’arma principale?
«A prescindere dalla bocciatura della Corte, i dazi si erano rivelati uno strumento molto imperfetto e deludente, se l’obiettivo è la re-industrializzazione. Più interessanti sono certe politiche industriali bipartisan, già avviate sotto Biden. Nei settori strategici, dai microchip alle terre rare, gli Stati Uniti stanno acquistando una maggiore autosufficienza. Sono processi molto lenti.
Del resto la fase precedente, quella della deindustrializzazione, fu spalmata su trent’anni».
Quest'anno l’Italia crescerà dello 0,8%, l’America del 2,1%. Ma il caro bollette di questa guerra lo paghiamo noi, che non l’abbiamo decisa e non possiamo fermarla. È il conto di trent’anni passati a farci difendere da altri?
«Sì, la debolezza geopolitica dell’Europa è il prezzo di un parassitismo militare. Non solo, è anche il prezzo di politiche energetiche dissennate. Prima l’Europa si consegnò alla Russia di Vladimir Putin, con una dipendenza pericolosissima su cui gli americani ci avevano avvertiti molto tempo fa. Poi è passata al “tutto verde” consegnandosi alla Cina, sempre in una dipendenza che la rende molto vulnerabile».
Lo Stretto di Hormuz è chiuso da febbraio e il Brent viaggia sopra gli 87 dollari. Quanto pesa ancora, quel braccio di mare?
«Prima di tutto lo Stretto di Hormuz è meno chiuso di quanto crediamo, il corridoio vicino all’Oman ha visto una ripresa dei transiti.
Inoltre la flessibilità del mercato sta riducendo l’importanza di Hormuz a ogni mese che passa. Arabia Saudita ed Emirati hanno già dirottato una parte consistente delle loro esportazioni attraverso le infrastrutture terrestri che aggirano Hormuz».
“Pane e cannoni”, il titolo del suo libro, in inglese si dice “guns and butter”: è la formula con cui il presidente Johnson volle conciliare la guerra in Vietnam e lo stato sociale, e finì nell'inflazione degli anni Settanta. Oggi l’America fa una guerra e insieme il deficit più grande della sua storia recente. Stesso film?
«I paragoni più importanti con gli anni Sessanta e Settanta sono: la polarizzazione e lacerazione interna dell’America, la demonizzazione del patriottismo da parte delle élite radical chic, e poi anche un presidente banditesco, Richard Nixon. Questi furono fattori decisivi per far perdere la guerra del Vietnam sul terreno politico dopo averla vinta su quello militare. Per il resto, anche allora l’America veniva descritta come un’economia in bancarotta, ma subito dopo partì la prima rivoluzione del computer e a schiantarsi fu l’Unione Sovietica».
La rivista Foreign Affairs ha appena pubblicato un saggio in cui si legge che la prossima crisi mondiale nascerà in Cina: fabbriche che producono più di quanto il mondo riesca a comprare. L’America, dall'altra parte, cresce a debito. Chi si rompe per primo?
«L’economia cinese è già in affanno da tempo. In Occidente le sue difficoltà non vengono capite per tre ragioni. Primo: la mancanza di trasparenza del regime di Xi Jinping genera una penuria di informazioni e analisi attendibili. Secondo: le performance formidabili dei settori cinesi di punta tendono a catturare l'attenzione, oscurando i problemi strutturali degli altri settori. Terzo: l’antipatia universale verso Trump ha resuscitato un anti-americanismo antico, profondo e viscerale, con il riflesso automatico di tifare per i nemici degli Usa».
Se dovesse spiegare a un operaio perché deve interessarsi di quello che succede nello Stretto di Hormuz, che cosa gli direbbe?
«Tutto quello che ha influenza sugli approvvigionamenti essenziali dell’Italia riguarda ogni cittadino. Però aggiungo: è giusto interessarsi di geopolitica, è sbagliato inseguire l’industria del panico, che ogni mattina vi annuncia la fine del mondo».




