«Ah, questa è una prima edizione... lo hai letto tutto?». Giuro di sì, «è il mio preferito». Henry Kissinger sorride, gli ho appena chiesto una firma sulla mia copia di White House Years, millecinquecento pagine di memorie sugli anni alla Casa Bianca, un viaggio nella macchina della politica americana, una lezione sul potere. Siamo a Villa Firenze, residenza dell’ambasciatore italiano a Washington, Kissinger ha avuto un lungo incontro con il premier Giorgia Meloni.
L’uomo che scende lentamente le scale, curvo e mai piegato, con gli occhi illuminati di curiosità, attraversa la sala mentre siamo tutti in piedi, sull’attenti, emozionati come scolaretti nel primo giorno in classe. Ci osserva, stringe la mano, brilla tra le nostre ombre, è la storia che ti passa davanti e sai che un’altra volta come questa non ci sarà. Ogni sua parola e gesto diventa prezioso, cogliere l’attimo fuggente, te lo ricordi? Cerchi di catturarlo nell’aria, in un filamento di voce, in un movimento, nel guizzo di una ruga, nel va e vieni della penna sulla pagina, agguantarlo e farlo decantare, senza dissiparlo, Henry Kissinger. Chi era? Niccolò Machiavelli è il nome che ricorre in queste ore per disegnare con un colpo di pennello la figura di Kissinger. Un uomo del Quattrocento e uno del Novecento possono avere tratti comuni nel carattere, ma il tempo che li separa dissolve tutte le associazioni (e dissociazioni) proposte ieri e oggi (c’è anche quella con Klemens von Metternich), perché il reale e l’immaginario non si congiungono. Kissinger era Kissinger, una singolarità. Andare via a cent’anni, dopo esser stato ricevuto dal presidente Xi Jinping (...) qualche settimana fa a Pechino con gli onori di un leader (e aver dato una mano a Biden per l’incontro con Xi a San Francisco), è stato il suo gran finale per dire al mondo che è sul piano della longue durée, della distanza e della durata, della pazienza e dell’intelligenza, della fantasia e della disciplina, che si misura la biografia di un miglior fabbro del potere nel “Secolo Breve”, il Novecento che bisogna (ri) studiare per sapere, per capire dove stiamo andando.
L’uomo attraversa la sala della villa di Washington in stile Tudor, s’avvicina, eccolo qui... la leggenda che passa fu il ragazzo ebreo nato in Germania nel 1923 come Heinz Alfred Kissinger, trovò un destino in America nel 1938, fece il soldato e divenne l’intellettuale di Harvard con una nuova visione sui concetti strategici della guerra dopo la guerra, del conflitto dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Kissinger è stato tutto nel potere, ma l’inizio di quel tutto è nella fissione nucleare e nelle inedite conseguenze sulla pace.
Morto a 100 anni Henry Kissinger: i segreti del gigante della diplomazia
E' morto a 100 anni Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano. Kissinger e' morto nella sua casa nel Con...Kissinger è il figlio della Guerra Fredda. Questi tre elementi – l’università di Harvard, la minaccia atomica e la dottrina della deterrenza – sono il terreno su cui è cresciuto il mito. Il suo libro del 1957 intitolato Nuclear Weapons and Foreign Policy lo mise al centro del pensiero strategico, la bomba atomica era il balzo tecnologico che imponeva un cambiamento radicale della strategia militare e della politica estera. Kissinger misurò con la sua lente i sempre più piccoli e fragili confini degli Stati – e la necessità di un nuovo ordine mondiale – con la realtà del nucleare e la gittata dei missili intercontinentali.
L’ERA NUCLEARE
Vide prima il futuro e non si trattava di capire che cosa era la Bomba – la prospettiva dello sterminio era già visibile- ma di unire i puntini, scoprire l’impatto sul sistema delle relazioni internazionali, stabilire cosa si poteva (e non si poteva) fare di fronte alla Russia e alla Cina con l’arma atomica, potenze unite dal comunismo e divise dalla storia. Kissinger inventò “la diplomazia del ping pong”, tentò di allontanare Pechino da Mosca, fece quello che non è stato fatto oggi nel caso della guerra in Ucraina.
Kissinger ha colto una seconda rivoluzione, un altro salto tecnologico, quello dell’intelligenza artificiale, nel suo libro The Age of Ai (L’era dell’intelligenza artificiale, Mondadori) scritto con Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher, pubblicato nell’agosto del 2022. Un salto nell’ormai prossimo domani su un tema molto citato e poco compreso, perché il biglietto qui è di sola andata e non riguarda l’uso di ChatGpt, ma la comparsa della macchina come altra “coscienza” che decide, la materializzazione dei problemi sollevati da Isaac Asimov con il suo primo libro, Io, Robot. Un realista, pragmatico, il kissingeriano Kissinger, è stato un grande visionario, una mente capace di esplorare il passato e lanciarsi nelle architetture quantiche del futuro.
Morire a cent’anni è stato un altro modo per dire al mondo «sono vissuto un secolo, sono stato chiamato dal destino, ho servito la mia nazione, ho fatto la guerra e firmato la pace». Fino all’ultimo momento Kissinger ha cercato risposte alle domande che imponeva il suo ruolo, ha dato energia a quella che il teorico marxista Georgy Valentinovich Plekhanov chiamava «la funzione della personalità nella storia».
La sua influenza è stata quella del pensatore in azione, le sue analisi non restavano un esercizio speculativo, diventavano politica. Per questa ragione Kissinger è l’uomo che ha attraversato il dopoguerra fino a oggi senza tramontare. Fino all’ultimo giorno la sua visione ha trovato ascolto, consenso e, come sempre capita ai grandi della Storia, opposizione.
Invocato come il risolutore delle crisi impossibili, odiato come un “criminale di guerra”. Amato, venerato, detestato, non ha mai smesso di dare consigli alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato. La sua vicenda umana e politica è la storia del Novecento, da Dwight D. Eisenhower, e John F. Kennedy e Lyndon B. Johnson, fino all’amministrazione di Richard Nixon (che odiava ma di cui apprezzò non poche doti) fu Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Segretario di Stato. È stato Occidente e Oriente. Negli anni della Guerra Fredda, mentre tra Mosca e Washington si pianificavano giochi strategici, invasioni, guerre nucleari, teneva d’occhio la Jugoslavia del maresciallo Tito e l’Italia che era la piattaforma del più grande partito comunista d’Occidente.
IL VIRUS DI WUHAN
Ieri, oggi, domani. Tutti i presidenti hanno chiamato Kissinger quando serviva. E lui ha sempre risposto, perché l’America ha un compito primario: difendere l’ordine e la pace, la rappresentazione simbolica di una missione che nello stemma degli Stati Uniti diventa l’“aquila calva” che nell’artiglio sinistro stringe tredici frecce e in quello destro un ramo d'ulivo. Quando l’Occidente scoprì che un virus comparso a Wuhan, in Cina, poteva “chiudere” il mondo e aprire il caos, Kissinger anticipò di nuovo il futuro con un articolo sul Wall Street Journal che descriveva il nostro presente: «La realtà è che il mondo non sarà più lo stesso dopo il coronavirus. Ha colpito con una scala e ferocia senza precedenti. Mentre l’assalto alla salute umana sarà - si spera temporaneo, lo sconvolgimento politico ed economico che ha scatenato potrebbe durare per generazioni. Nessun Paese, nemmeno gli Stati Uniti, può, con uno sforzo solamente nazionale, superare il virus. (...) La sfida storica per i leader è quella di gestire la crisi costruendo il futuro. Il fallimento potrebbe incendiare il mondo».
LA PROFEZIA AVVERATA
La profezia si è avverata: l’America ha mandato a casa Trump (e forse ora se lo riprende) per eleggere Joe Biden; la Cina è uscita dalla pandemia e ha preso la via di un’economia di guerra; è iniziata una fase di de-globalizzazione; Biden si è ritirato dall’Afghanistan; la Russia ha invaso l’Ucraina; l’Europa ha chiuso il tubo del gas con Mosca; Hamas ha sferrato un attacco contro Israele. Siamo solo all’inizio di un grande romanzo, Henry Kissinger lo ha anticipato. Eccolo, ancora per un ultimo istante. Esce da Villa Firenze, saluta, se ne va e resta per sempre tra noi. Sipario, applausi.




