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Silvia Salis, la sfida ad Elly Schlein dalla copertina di "Vanity Fair"

La sindaca di Genova su Vanity Fair insidia Elly al vertice del campo largo Diritti Lgbt, Gaza ed elogi a Meloni: così la “moderata” punta verso Chigi...
di Massimo Sanvitomercoledì 22 aprile 2026
Silvia Salis, la sfida ad Elly Schlein dalla copertina di "Vanity Fair"

3' di lettura

L’ago della bilancia, a sinistra, è la rivista patinata. Ieri Elly Schlein su Vogue, oggi Silvia Salis su Vanity Fair. È il potere della copertina. Essere glamour è fondamentale: ma solo se sei una donna progressista, altrimenti sei fuori luogo. E così, dopo il concerto techno con tanto di foto in consolle con gli occhialoni da sole e la mezza maratona corsa tra la gente sempre a favore di obiettivo, la sindaca di Genova si è guadagnata la “prima” del periodico nato negli anni ’80 negli Stati Uniti. La candidatura ad anti-Schlein per fare l’anti-Meloni si arricchisce di un nuovo tassello. Passo dopo passo, diapositiva dopo diapositiva, l’ex martellista si sta costruendo l’immagine giusta per puntare a Palazzo Chigi. Matteo Renzi e i moderati di centrosinistra scommettono su di lei in veste di federatrice del “campo largo”. La sindaca nicchia sempre meno, ci spera, e l’attivismo foto-comunicativo è lì a dimostrarlo. D’altronde, serve qualcuno che abbia il physique du rôle giusto per provare a scalzare il centrodestra dal governo. Bisogna piacere. E cosa c’è meglio di un primo piano in copertina su Vogue?

MODERATA E RADICALE
Moderata sì, ma non solo: per prendersi la testa della coalizione, infatti, è necessario essere più versatili possibili. Anche pestando i piedi al segretario del primo partito d’opposizione: l’azione di disturbo dev’essere più ampia possibile. «L’ho sempre detto: sono una madre, sono cattolica, sono sposata, sono eterosessuale ma non credo che il mio sia l’unico modello o che sia migliore degli altri. Il Comune è laico, l’amministrazione è laica, il Paese è laico. E lo dico da cattolica», spiega nell’intervista in merito alla sua decisione di registrare all’anagrafe come genitori due mamme. Sarà un caso l’uso della formula, seppur con qualche distinguo, cadenzata da Giorgia Meloni nell’ottobre del 2019 in piazza San Giovanni a Roma? Non può esserlo. E poi Gaza, altra bandiera della sinistra più radicale. Salis l’ha subito impugnata e sventolata forte. «Ma come fare a restare indifferenti? Il sindaco deve esprimere l’identità della sua comunità. Ed è un’idiozia pensare che la tua posizione di sindaco o di città non cambi le cose. Genova, poi, è un simbolo, uno dei più grandi porti del Mediterraneo, la sua posizione è rilevante», dice sempre a Vogue. Dunque la Flotilla, che ha visto il porto del capoluogo ligure ospitare la partenza di alcune barche a vela: «È l’identità culturale di Genova.

Un’identità che non è legata ai partiti politici. Quella sera, poi, nelle strade della città c’erano decine di migliaia di persone. Devi tenerne conto». La sindaca, poi, la butta lì all’intervistatore: «Le ricordo che al recente referendum il “No” è stato votato al 64 per cento, il “Sì” al 36. È tanto. È importante tenere conto della città e del Paese che ti circondano». Quindi i genovesi hanno votato “No” per dire “sì” alla Palestina libera piuttosto che “no” alla separazione delle carriere? Chissà.

LE DIFFERENZE
Ma è al “gioco dei nomi” che Silvia Salis si distingue nettamente da Elly Schlein. Giorgia Meloni? «È una politica determinata con posizioni molto distanti da me. Ma resta una donna che ha fatto un grande percorso politico», risponde la sindaca. La segretaria, invece, a Vogue aveva detto peste e corna del premier: «Non ci serve una premier donna se non si batte per migliorare le condizioni delle altre donne, perché il soffitto di cristallo non lo rompi da sola». E poi Salis tesse lodi a Sergio Mattarella («È il baluardo della rispettabilità della nostra Repubblica») e al suo grande sponsor Matteo Renzi («Da presidente del Consiglio ha caratterizzato una stagione di grande cambiamento. È stato un presidente giovane e progressista, poi, come lui stesso dice, non ha saputo interpretare le risposte che gli arrivavano dal Paese. Non che sia semplice, per carità»). Se dopo l’intervista patinata di Elly si era parlato solo della sua armocromista da 300 euro l’ora, il messaggio che Silvia fa passare, studiato e ben chiaro, è un altro. «Penso a quello che mi dicevano in tanti: una volta che hai fatto il sindaco, sei pronto a tutto», riflette. Anche a guidare la variopinta coalizione progressista per puntare Palazzo Chigi.