Matteo Renzi tira i remi in barca: di riforma del Senato di parlerà dopo le elezioni europee del prossimo 25 maggio. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato infatti fissato al prossimo 23 maggio: appena due giorni prima del voto. Certo, il premier aveva già detto (anche in tv) che se la riforma fosse slittata alla prima settimana di giuno non si sarebbe strappato i capelli. Ma è chiaro che quanto accaduto ieri in commissione Affari costituzionali al Senato è stato, per lui, più che un avvertimento. Che deve averlo sconsigliato dal rischiare figuracce prima della consultazione elettorale. Continuando così, rischia di saltare per aria anche l'altra data utile indicata dal premier per l'approvazione delle riforme in prima lettura al Senato: il 10 giugno. Appare sempre più evidente come dal test elettorale dipenda non solo il cammino delle riforme, ovvero la mission principale del governo, ma anche la vita dell’esecutivo nato a febbraio.A dirlo, oggi, è stato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Del Rio, per il quale "è mevidente che noi non dovessimo andare sopra il 25% e Ncd non dovesse superare la soglia di sbarramento, sarebbe difficile pensare a una prospettiva di governo di qui al 2018". Se il punto sulla vita dell’esecutivo verrà fatto alla luce dei risultati elettorali, è anche vero che il presidente del Consiglio vuole avere garanzie sulla tenuta del Patto del Nazareno siglato con Berlusconi a gennaio. “Senza quel patto, ci mettiamo nelle mani del ricatto dei piccoli”, dice una fonte renziana all'Huffington Post. Patto con Berlusconi serve proprio come arma per minacciare il resto della maggioranza, come garanzia di avere una maggioranza alternativa per andare avanti. Non è un caso che proprio l’ex Cavaliere abbia parlato della possibilità di sostenere il governo in maggioranza dopo le elezioni.




