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La sinistra sbaglia a dare i conservatori per morti

Basta la sconfitta di Orban a galvanizzare i progressisti. Un entusiasmo senza fondamenta: il vento non cambia in una settimana
di Corrado Oconegiovedì 16 aprile 2026
La sinistra sbaglia a dare i conservatori per morti

3' di lettura

Strana morte quella del conservatorismo, e ovviamente dei suoi presunti gemelli che rispondono ai nomi di populismo e sovranismo. Strana prima di tutto perché rapida, fulminante. Qualche settimana fa opinionisti e media discettavano, preoccupati, di un mondo che andava a destra e di un’Italia chissà ancora per quanto tempo ancora in mano agli “eredi del fascismo”. Da qualche giorno è invece tutto un fiorire di più o meno entusiastici de profundis: di dotte analisi sull’avvenuta “normalizzazione”, sull’estirpazione dell’agente “patogeno” che aveva infettato le nostre “sane” democrazie, persino sulla rinascita dell’Europa che senza l’Ungheria di Viktor Orbàn può finalmente procedere spedita lungo il sentiero delle “magnifiche sorti e progressive” che l’attendono.

Il cittadino più attento si chiederà come sia mai possibile che i processi politici e i flussi elettorali possano subire così rapidi mutamenti. Certo, viviamo nel tempo dell’accelerazione, ma da qui a pensare che bastino tre o quattro episodi, seppur importanti e significativi, per traghettare milioni di cittadini da destra a sinistra, mi sembra che ce ne corra. Eppure il risultato del referendum in Italia, la sconfitta di Orbàn in Ungheria, gli errori di Trump proiettati sulle elezioni di Midterm sono bastati a tanto. Cerchiamo di capire con serietà come stiano effettivamente le cose.

Tanto per cominciare la “rivoluzione conservatrice” è iniziata subito dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2008 e si è espressa in modi molto diversi fra loro nel decennio successivo in quasi tutti i paesi occidentali. L’apice lo si è raggiunto, probabilmente, nel 2016, con l’uno-due rappresentato, nel giro di pochi mesi, dalla Brexit in Gran Bretagna e della prima elezione dell’outsider Donald Trump negli Stati Uniti. I vari movimenti che sono emersi sono stati definiti tutti indistintamente, in senso spregiativo, populisti e sovranisti. Essi, per chi non si limitava all’anatema ma voleva cercare di capire, segnalavano invece, come reazione, l’avvenuto divorzio, consumatosi nell’età della cosiddetta “globalizzazione”, fra le élite e il popolo, fra una classe di poteri forti e transazionali e le realtà nazionali e locali più prossime all’uomo qualunque. In particolare, la contestazione era legata sia a motivi economici, sia culturali. Ad essere messa sul tavolo degli imputati era la cultura globalista e il woke, con l’idea di uomo disincarnato e senza identità che ne era il fondamento. Come tutti i movimenti reattivi, anche quello di critica alla globalizzazione si è presentato con elementi confusi, contraddittori, a volte anche inaccettabili.

Compito della grande politica democratica era però quello di dare una risposta a certe domande, incanalare le pulsioni con concretezza e realismo. Non certo quella di creare inefficace e non democratici “cordoni sanitari”, come pure si è fatto. Che è quello che è avvenuto in Italia ad opera del governo Meloni, che ha segnato la giusta discontinuità democratica rispetto al passato e in più ha ridato ossigeno e spessore alla nostra esausta democrazia. In ogni caso, va segnalato che, nel frattempo, anche le forze che avevano dato vita ed erano state le protagoniste della globalizzazione, spinte dagli avvenimenti, sotto il pungolo dei conservatori, hanno corretto la propria rotta. Si pensi all’evoluzione del Partito Popolare, architrave del governo europeo, che ha fatto proprie molte delle istanze critiche sollevate dai conservatori, a cominciare dal superamento del New Green Deal. In sostanza, si può dire che sovranisti e conservatori hanno svolto una funzione democratica e liberale, anche quando liberali in senso classico proprio non erano. E che il loro avvento sulla scena del potere, anche in funzione di governo, ha contribuito ad affinare le loro richieste o comunque a separare le forze conservatrici sane da quelle più velleitarie e demagogiche. Anche da questo punto di vista, mi sembra di poter dire che l’Italia abbia dato, e possa continuare, con la sua esperienza, a dare lezioni, al vasto arcipelago liberal-conservatore di tutto il mondo.