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Silvia Salis, il vero piano della "sindaca stilosa" per scalare la sinistra

di Annalisa Terranovagiovedì 16 aprile 2026
Silvia Salis, il vero piano della "sindaca stilosa" per scalare la sinistra

5' di lettura

Lasciamo stare le scarpe da 1200 euro. La sindaca di Genova Silvia Salis è stilosa, su questo non si discute. E poi da quando la sinistra ha scoperto il “diritto al lusso” è inutile stare a rivangare la classe operaia o il pauperismo chic. È tempo perso. Il fatto è che Silvia Salis aggiunge agli outfit azzeccati una rappresentazione ideologica che è tutta politica. Cominciamo dal giorno dell’elezione alla guida di Palazzo Tursi: lei, col bimbo in braccio, accompagnata da una folla festante che canta Bella Ciao si avvia verso una sede istituzionale che diviene l’immaginaria roccaforte espugnata. Lei è la Marianna dei genovesi che ha battuto i neri, i “cattivi”, i fasci. E da quel momento ogni sua apparizione deve ricalcare il medesimo copione. Ci dev’essere tanta Resistenza nei suoi discorsi, e tanto antifascismo. Si dimenticano le promesse della campagna elettorale per concentrarsi sulla sede di CasaPound, la vera e unica emergenza.

Salis ha del resto sposato un regista, Fausto Brizzi, che dice di sé: «Un regista non è mai geloso dell’attore protagonista del suo film». E si riferisce a lei, la prima attrice. Che sia una recita è scontato. I genovesi lo sanno e per ora si limitano a fare spallucce. Se la sindaca diventa un brand vincente meglio per tutti, pensano. E pazienza per l’inerzia amministrativa. Salis scopiazza Gualtieri e dice che Genova diventerà la città dei 15 minuti: servizi a portata di mano, insomma. Come doveva essere Roma nelle promesse dell’attuale sindaco. Uno slogan rassicurante quanto irrealizzabile. E allora che si fa? Si fanno commissioni, audizioni, si fanno fare studi, monitoraggi, si aprono uffici, si organizzano convegni. Nel chiacchiericcio si esauriscono le promesse fatte e non mantenute. Come la riforma dei municipi: doveva essere tra le cose fatte nei primi cento giorni.

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Tutto dimenticato. «Lei lavora per la sua immagine politica», dicono i genovesi. Benedice i flottillanti in partenza per Gaza e fa approvare la mozione che riconosce lo Stato di Palestina. E i sondaggi dicono che lavora bene, supera in gradimento sia Schlein sia Conte stando a BiDiMedia che le assegnava un bel 48,9% in caso di primarie. Però sanno pure che a livello amministrativo è una sindaca letargica, oppure che fa danni. Come per la metro di superficie, lo skymetro, che Salis ha scelto di affossare (progetto pronto e soldi stanziati dal Mit) perché l’opera sarebbe stata troppo impattante per la Val Bisagno. Per sostituirla la sindaca ha pensato a una cabinovia (studio costato 100mila euro) non meno invasiva, e per la quale non ci sono fondi stanziati.

Un’altra chiacchiera che resterà lettera morta. Salis non ne parla volentieri: così, intercettata da un’inviata di Far West, si rifiuta di rispondere sullo Skymetro. Ci sarebbe anche il tema del degrado del centro storico: un problema decennale, vero, ma Salis come lo affronta? Fa sfilare i comitati civici e i commercianti che si lamentano e si sfogano dinanzi a un’apposita commissione mentre lei si occupa del dj set in piazza Matteotti con Charlotte de Witte. I social amplificano e lei diventa subito la paladina dei giovani, osannati da tutto il carrozzone mediatico come i vincitori del fronte del No. E facciamoli ballare questi giovani – dice la sindaca – che Genova è una città talmente vecchia...

In effetti La Superba è il luogo dove il calo demografico si fa sentire con più intensità: il Comune ha perso tra il 2004 e il 2024 circa 60mila abitanti (-10 per cento). Che si fa allora? Ci vuole il dj techno numero uno per tirare su il morale cittadino, il che come incentivo alla natalità funziona poco ma è molto glamour. Questa del ballo in piazza è una cosa che è piaciuta così tanto alla sinistra che Concita de Gregorio ha lanciato il paragone impossibile: Meloni vieta i rave, Silvia fa il rave in piazza. E tutti a ridere e darsi di gomito: sì sì, che brava questa sindaca, facciamola subito premier, anche se un dj set e un rave sono cose distinte e distanti ma stai a guardare il capello.

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Contro Concita anni fa Nicola Zingaretti si infuriava e accusava «l’eterno ritorno di questa sinistra elitaria e radical chic». E invece, tu guarda, sarebbe bastato chiamare un dj quotato in piazza e Concita sarebbe stata entusiasta persino di lui. Vero è che la vecchia guardia scruta l’avanzata di Silvia Salis con il sopracciglio alzato. Prendi Rosi Bindi. Dice: ma come, questa fa il sindaco da un anno e già si sente pronta a governare il Paese. Bindi è «esterrefatta». Salis invece è sicurissima delle sue potenzialità: se mi chiedono di sfidare Meloni non direi di no, fa sapere. E poi: «Pure io sono madre, sono cristiana» e aggiunge con perfidia femminea: «E sono pure sposata».

E pensare che fu Bindi a dire che le donne in politica possono fare tutto mica solo le ministre delle pari opportunità. Ma chi se ne ricorda? Invece tutti ricordano la performance di Salis che in Comune legge gli insulti sessisti che le hanno rivolto sui social. Anche questo è femminismo. Anche questo è lotta dura contro il patriarcato. E se ci fosse l’ora di educazione all’affettività che la destra “cattiva” nega agli studenti allora sì che cambierebbe il vento e i maschi volgari tacerebbero d’incanto. Lo testimonia pure il marito di quanto è femminista Silvia Salis: «A casa nostra vige già un matriarcato puro. Nostro figlio porta il cognome della madre, e quando andiamo a una prima teatrale o cinematografica capita di ritrovarmi indicato sul pass come “Fausto Salis”».

E poi ci sono i social dove Silvia va fortissimo. Rivista Studio la promuove a pieni voti anche se, certo, «il fatto che la famiglia compaia solo nei post della domenica fa un po’ tanto strategia», ammette. Il giornalista tuttavia ci tiene a far sapere che anche un suo amico di Marsiglia ha visto il reel della piazza in delirio per il concerto techno e ha promesso che visiterà Genova. Occorre rassegnarsi, oggi un reel può fare più di dieci stesure del Manifesto dei lavoratori. E lo capisca pure Conte col suo libro sulla nuova primavera. Il reel mobilita, il reel costruisce consenso. Purché sia, ovvio, resistente e antifa.

Schlein pensava che il balletto sul carro del Pride potesse essere sufficiente. Invece arriva Silvia con Charlotte de Witte e sbanca il banco. Chiara Braga si affanna a dire che non è tempo di cercare esterni ai partiti per vincere. Più convincente l’astuto (e temibile) Travaglio che malizioso chiede: La Salis? Ma non doveva stare a Genova fino al 2030? Quindi le elezioni politiche si fanno nel 2031?

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