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Giuseppe Conte, il retroscena: dopo le regionali la manovra a tenaglia di Zingaretti e Di Maio, obiettivo fare i vicepremier

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Giuseppe Conte non si è mai sentito così sicuro a Palazzo Chigi da quando è alla guida del governo giallorosso. “Durerò fino al 2023”, avrebbe gongolato il premier quando le urne non erano ancora chiuse: è il retroscena di Francesco Verderami, che sul Corriere della Sera scrive che Conte ieri, lunedì 21 settembre, “si è congratulato con sé stesso mentre indossava il premio per il successo del referendum ottenuto da Luigi Di Maio e quello per il risultato delle regionali ottenuto da Nicola Zingaretti”.

 

 

Il 3 a 3 maturato nelle urne ha evitato la spallata al governo, che quindi potrà godere di una ritrovata stabilità: dopo aver superato lo scoglio delle regionali, non si può escludere che Conte possa davvero farcela a durare fino al 2023. Allo stesso tempo, però, è chiaro che gli alleati andranno a Palazzo Chigi per battere cassa: lo scrive sempre Verderami, secondo cui Zingaretti eviterà di “impantanarsi in una disputa sulle poltrone ministeriali” e sceglierà di mettere il premier alla prova “sul terreno più insidioso: sui provvedimenti”.

 

 

Non a caso già nelle ore immediatamente successive al voto il segretario del Pd ha iniziato a rivendicare il Mes e la modifica dei decreti Sicurezza, che lui chiama decreti Salvini. Proprio quelli che Conte e parte del M5s non vogliono sconfessare, essendo stati realizzati con il loro assenso durante il governo gialloverde. Verderami parla di una “manovra a tenaglia su Palazzo Chigi” da parte di Di Maio e Zingaretti, i due leader degli alleati che sarebbero “stanchi di gareggiare per conto di terzi” e quindi già iniziano a circolare voci di una “revisione politica degli assetti di governo”, da effettuare dopo le presidenziali americane. Che tipo di "revisione"? Presto detto: il ritorno al doppio vicepremier, come al tempo del governo giallorosso e con Zinga al posto di Salvini, mentre verrebbe "riconfermato" Di Maio. Insomma, Conte durerà sì. Ma i suoi alleati si intestano il risultato delle regionali, sulle quali il premier non ha messo bocca, e avanzano le loro richieste. O meglio, i loro ordini: obiettivo, il sostanziale commissariamento del presunto avvocato del popolo.

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