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Giuseppe Conte, il "no" a Enrico Letta e le conseguenze per il Quirinale: perché il Pd rischia di perdere la battaglia

Fausto Carioti
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«Ringrazio il Pd e Letta per la disponibilità, ma ho capito che ho ancora molto da fare per il Movimento Cinque Stelle. Non mi è possibile dedicarmi ad altro». Le parole e la paura sono di Giuseppe Conte, il quale fugge così dalla candidatura offertagli dal Pd. Il fallimento, però, è anche di Enrico Letta. Per lui è il secondo in pochi giorni, a un mese e mezzo dall'inizio delle votazioni perla scelta del capo dello Stato. La scorsa settimana il segretario del Pd aveva fatto presentare dai suoi senatori una proposta di riforma costituzionale, da varare nei prossimi mesi, per impedire la rielezione del presidente della repubblica. Avrebbe dovuto convincere Sergio Mattarella, preoccupato che il bis diventi una regola non scritta, ad accettare un secondo giro.

 

 

 

 

Risultato: fulmini dal Colle e Mattarella che «conferma» le sue «ben note opinioni», ossia che per lui l'avventura sul Colle finisce qui. E ieri, appunto, il flop numero due. Nel collegio Roma 1, quello della Ztl capitolina, il 16 gennaio si terranno le elezioni suppletive, per scegliere chi prenderà alla Camera il posto di Roberto Gualtieri, divenuto sindaco. È "il" seggio del Pd: nel 2018 Paolo Gentiloni ci vinse col 42%, Gualtieri due anni dopo incassò il 62% e stavolta Letta lo aveva offerto a Conte, assieme ai voti dei democratici. Idea, peraltro, di Nicola Zingaretti, che l'ha condivisa col solito Goffredo Bettini e suggerita al successore: a conferma di quanto poco (o nulla) sia cambiata la linea tra i due segretari.

 

 

 

 

Più che una prova d'amore, era un duplice calcolo politico. Prevedeva di stringere il M5S al Pd, innanzitutto: il sigillo dell'alleanza. Il resto della convenienza era nella partita per il Quirinale. Gli scrutini per l'elezione del successore di Mattarella inizieranno intorno al 20 gennaio, e questo significa che chi sarà eletto in quel collegio parteciperà alla sfida. Letta avrebbe voluto Conte lì sul campo, quando la bagarre comincerà. I gruppi parlamentari dei Cinque Stelle sono i più numerosi, ma sono anche divisi in tribù governate da piccoli signori della guerra, molti dei quali più vicini a Luigi Di Maio che a Conte, alcuni addirittura tentati di votare per Silvio Berlusconi, il quale, se fosse eletto, garantirebbe lunga vita alla legislatura, che è la prima preoccupazione dei pentastellati (e non solo). La presenza di Conte, nelle intenzioni di Letta, avrebbe portato in quell'accozzaglia un po' di disciplina, senza la quale è altissimo il pericolo di finire stritolati nella tenaglia formata dal centrodestra e dal truppone centrista manovrato da Matteo Renzi.

 

 




L'AFFONDO DI CALENDA - Un'offerta generosa e interessata allo stesso tempo, insomma. Che però Conte ha respinto. È bastato che Carlo Calenda mostrasse i denti e si dichiarasse pronto a sfidarlo. «Farò di tutto, anche arrivare all'impegno personale, affinché quel seggio non vada ai Cinque Stelle, che hanno devastato Roma», avvertiva l'europarlamentare e leader di Azione. Pronto a candidarsi, ma solo se Conte fosse sceso in campo. Facile pure, per lui, maramaldeggiare sul Pd che «bacia la pantofola ai Cinque Stelle»: un assaggino della campagna elettorale. Due mesi fa Calenda, giunto terzo alle comunali, nel centro storico era andato meglio che altrove, ottenendo più del 20% dei voti e piazzando la propria lista davanti a tutte le altre.

 

 

 

 

Probabilmente Renzi lo avrebbe appoggiato e di certo molti elettori della borghesia romana, tradizionali sostenitori del Pd, lo avrebbero preferito a Conte. Il quale, mentre rifletteva sulla proposta di Letta, ha appreso pure che nella dirigenza capitolina dei democratici non tutti hanno apprezzato l'idea di cedergli il collegio più importante. Il rischio di imboscate, insomma, era alto. Così, tra l'ambizione e il vincolo d'alleanza da un lato, e il terrore di essere sconfitto alla prima prova elettorale dall'altro, ha prevalso l'ultimo. Costringendo Letta a una nuova umiliazione e alla ricerca di un candidato diverso: nel Pd si parla di Enrico Gasbarra, ben visto dal partito romano, e di Annamaria Furlan, ex segretaria della Cisl. Conte ne esce come un leader debole, tanto desideroso di potere quanto timoroso di sottoporsi al giudizio degli elettori.

 

 

 

Calenda lo fa scappare e vince il match senza nemmeno combattere, che come insegnava Sun-Tzu è il risultato perfetto. Renzi, intanto, ha annunciato ai suoi che in quel collegio intende sostenere «un candidato comune con l'area riformista», in modo da usare l'occasione per battezzare il terzo polo che si sta raggruppando attorno a lui e a Giovanni Toti. Quanto al centrodestra, incassa le figuracce di Letta e Conte, ma per capitalizzarle dovrà trovare due candidati in grado di vincere: uno nel collegio romano e l'altro per il Quirinale. Al momento, non li ha.

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