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Elly Schlein e il caro-affitti? Il grande imbroglio da 330 milioni di euro

Fausto Carioti
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I fuori sede che non possono permettersi di affittare un appartamento o una stanza nella città in cui studiano sono diventati l’ultima arma da lanciare contro il governo, l’ennesima categoria strumentalizzata da Elly Schlein e dai suoi compagni d’avventura. Se dormono in quelle tende, recita l’atto d’accusa, la colpa non è delle politiche abitative delle giunte comunali o delle imposte sul mattone, troppo alte, ma di Giorgia Meloni e dei suoi ministri, che pensano all’elezione diretta del premier anziché al caro-affitti. Tesi ardita (populista, direbbero a sinistra), sostenuta ieri nell’editoriale di Repubblica, dove «l’Italia delle tende», manco a dirlo «la parte più sana e vera del Paese», è stata contrapposta all’«Italia del Palazzo», intenta a «scarabocchiare la Costituzione repubblicana e antifascista». Come se tra il progetto di riforma costituzionale e il livello degli affitti ci fosse un qualche rapporto di causa ed effetto, e come se il problema fosse nato adesso che la Meloni si è messa in testa il premierato e non esistesse già da anni, nell’indifferenza (e in molti casi per responsabilità) dei governi e delle amministrazioni locali partecipati dal Pd.

 

 

 

LA PROTESTA SCIPPATA

Una mobilitazione nata in modo spontaneo è stata così dipinta di rosso ed irregimentata in pochi giorni, nella speranza di erodere consensi all’esecutivo e magari portare un po’ di fieno nella cascina di Elly Schlein, che dopo aver rosicchiato qualche punto ai Cinque Stelle sembra essersi già fermata nei sondaggi. In prima fila nel tentativo di mettere il cappello sulla protesta ci sono le sigle studentesche di sinistra, come l’Unione degli universitari, che si è subito preoccupata di piantare le tende davanti agli atenei di Perugia e Pavia, affinché non si potesse dire che la rabbia monta solo nelle città che hanno sindaci progressisti. L’Udu è una costola della Cgil, che ovviamente partecipa all’operazione politica e assieme al Sunia, il suo sindacato degli inquilini, accusa il governo di essere il primo responsabile della situazione.

 

 

 

Altre sigle si sono messe d’impegno per cavalcare la protesta e così lo sciopero generale del 26 maggio, al quale stanno aderendo molte organizzazioni studentesche, si annuncia come il solito calderone dentro al quale finiranno le richieste delle categorie e le rivendicazioni Lgbtq+, passando per Bella ciao e il “no” alle armi all’Ucraina: tutto fa brodo, purché sia contro il governo. La stessa segretaria del Pd prova ogni giorno a strumentalizzare il popolo delle tende e lo ha fatto pure ieri, denunciando che l’emergenza affitti «non è sentita dal governo nazionale». Promette che il suo partito «continuerà a spingere per convincere il governo a tornare indietro sull’errore madornale che ha fatto cancellando il fondo per gli affitti, 330 milioni di euro», e che le amministrazioni comunali piddine si attiveranno «per mettere in campo politiche che recuperino alloggi oggi sfitti». Parole, queste ultime, sufficienti a far rabbrividire i proprietari di immobili: tra espropri per fini “sociali” ed aumenti delle imposte, la cassetta degli attrezzi delle giunte rosse mette paura. Tanto che il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, denuncia «un clima particolare nei confronti dei privati, che non vorremmo diventassero i capri espiatori su cui il settore pubblico scarica le proprie colpe. Non servono punizioni, servono incentivi».

 

 

 

In questa narrazione che la sinistra ha modellato sul proprio tornaconto i primi ad essere assolti sono proprio i sindaci progressisti di Milano, Roma, Bologna e Firenze, le città in cui è iniziata la protesta: eppure le politiche per l’abitazione fanno capo innanzitutto a loro e ai loro assessori, gli stessi che si vantano di impedire la “speculazione edilizia”, ossia la costruzione di nuovi appartamenti, e che alzando le imposte sugli immobili hanno reso il costo delle abitazioni nei centri urbani un privilegio per pochi fortunati.

 

 

 

 

LA DOTAZIONE

Anche l’accusa al governo di aver cancellato il fondo per affitti da 330 milioni è artefatta. Quel fondo, che fu creato nel 1998 e continua ad esistere, come ha ricostruito il sito Pagella politica non era stato rifinanziato già in cinque occasioni: «Nel 2012 durante il governo Monti, nel 2013 durante il governo Letta, nel 2016 durante il governo Renzi, nel 2017 e nel 2018, a cavallo tra il governo Gentiloni e il primo governo Conte». Quindi era stato ricapitalizzato negli anni del Covid, ma il suo mancato rifinanziamento nel 2023 «rientrava nelle previsioni sia del secondo governo Conte sia del governo Draghi». C’è tanto Pd nazionale, insomma, nella decisione che oggi scandalizza la Schlein, e c’è tanto Pd locale dietro la mancanza di alloggi che fomenta la protesta cavalcata dalla Schlein.

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