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Mediaset? "Credo che Pier Silvio e Marina...": chi sgancia l'ultima bomba

Francesco Specchia
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Urbano Cairo, nella sua vorace passione per la politica e l’odor di stampa e rotative, ricorda il Citizen Kane di Orson Welles ispirato all’editore William R. Hearst (ma senza la parte oscura e l’infanzia perduta nello slittino). Suppongo che Quarto Potere sia il suo film preferito. E non è un caso che il presidente di Rcs Mediagroup, La7 e Cairo Communication abbia scelto, in queste ore, di distillare il suo punto di vista sui media proprio dal suo viaggio negli Stati Uniti, sgambettando tra grossi gruppi editoriali di New York Times, Washington Post e Wall Street Journal; e dialogando anche con aziende innovative, definite da lui «corsare», come Axios.

 

 

 

Cairo non dimentica d’esser stato uno studente della New York University. All’incontro newyorkese col presidente del Gei-Gruppo Esponenti Italiani di Mario Platero, l’uomo ha citato il prezioso The Making of President di T.H. White e The powers that be di David Halberstam, letture predittive su politica e media che gli consentirono di essere assunto come assistente da Berlusconi negli anni 80. E proprio sul destino di Mediaset che alcuni accomunavano al suo, Cairo qui s’è espresso. In modo assai tranchant. «Mediaset non è contendibile. Io credo che Piersilvio e Marina Berlusconi, anche se non ne ho parlato con loro, abbiano tutta l’intenzione di tenere l’azienda e non la vogliano minimamente vendere» ha detto l’editore, nella Grande Mela, rispondendo aduna domanda sul suo possibile interesse ad acquisire le reti.

 

 

 

 

«È una non issue, così come Mondadori. Mediaset è posseduta dalla famiglia Berlusconi al 50% e una quota maggiore in termini di diritti di voto. L’azienda va bene, guadagna, non c’è motivo di vendere un asset o l’altro. Non succederà nulla». Ergo: trattasi di una “non-questione non vi è alcuna cordata per strappare il Biscione alla fame di Vivendi: Piersilvio resta saldamente in tolda. Poi c’è il capitolo politico. Molti –compreso chi scrive- di Cairo hanno ventilato una berlusconiana discesa in campo per una palingenesi molto understatement del polo moderato (qualunque cosa significhi). Cairo, dagli States, ci ha stroncato ogni velleità. E l’ha stroncata ai moderati.

Alla domanda su un suo coinvolgimento in politica ha risposto: «L’ho già detto prima di scalare Rcs e anche dopo a maggior ragione. Nel momento in cui hai un gruppo che fattura più o meno un miliardo e trecento milioni, con 4500 dipendenti, 4500 collaboratori, quindi, grossomodo, diecimila famiglie che sono in qualche modo connesse a questo gruppo, secondo me prima di pensare a cose diverse come la politica devi pensare a questo gruppo, a farlo andare bene, ad avere responsabilità. Ecco perché io credo sia una cosa completamente impossibile. Non voglio dire che la politica non mi piace, però è una cosa che non posso fare». Naturalmente, la libera stampa presente ha insistito: il futuro di Forza Italia dopo la scomparsa di Berlusconi e oltre le Europee, è argomento succoso. E qui il Faraone ha affermato che «Tajani ha preso in mano le cose con Marina, mi sembra ci sia voglia di andare avanti». E alla richiesta di un giudizio sul governo Meloni: «È un momento complicato, da tanti punti di vista: economici, geopolitici, l’Ucraina. Però, grazie anche al governo Draghi che ha governato fino ad ottobre, l’Italia è cresciuta bene lo scorso anno. Quest’anno l’occupazione sta andando bene, le premesse sono buone. Dobbiamo lasciar lavorare il governo». Letto in transluce, significa: «Qui ora è tutto ok, nonostante la fatica di Sisifo della gestione del Pnrr. Scusate, a me chi me lo farebbe fare...?».

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