Stefano Ceccanti è uno dei nomi finiti nell’elenco di chi ritiene che i riformisti del Pd, da ultimo quelli che hanno detto di voler votare sì al referendum sulla giustizia (ma anche chi vota per la difesa dell’Ucraina o per la difesa europea), starebbero meglio fuori dal Pd. Un elenco che ha fatto parlare a Pina Picierno di «clima irrespirabile».
Lo sente anche lei questo clima? «Vedo un clima che non è quello che ci si attenderebbe intorno a un partito a vocazione maggioritaria. Un partito di questa natura non può essere omogeneo come una forza piccola. Certo, c’è il problema di come si produce una proposta complessiva che non sia una mera somma, ma alcune critiche esagitate hanno in mente partitini minoritari e soffrono la complessità. Non a caso vengono spesso da protagonisti di scissioni della sinistra».
È vero che, come dice Graziano Delrio, si è aperta la “caccia ai riformisti”?
«Che ci possano essere spinte settarie ci può anche stare, ma la preoccupazione è che non siano governate e frenate. Altrimenti il gruppo dirigente sega il ramo su cui siede».
Per alcuni un Pd più coeso, senza dissenso interno, è più forte.
«Ma che significa “senza dissenso interno”? I grandi partiti di centrosinistra hanno un ampio spettro di posizioni che sono una risorsa. Il punto è che in Parlamento, intorno alla maggioranza interna che si viene democraticamente a determinare e che deve essere reversibile, ci sia una disciplina di voto, soprattutto quando si sta al governo del Paese. Altrimenti creiamo un partito più piccolo e la guida della coalizione passerà prima o poi ad altri».
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"La Costituzione e la democrazia sono prioritarie. Non si toccano. Provvederò a denunciare nelle sedi opport...Per Tomaso Montanari servirebbe una “separazione consensuale” tra le due anime Pd. Cosa risponde?
«Se Montanari fosse stato iscritto al Pd non avrebbe ragionato così. Il progetto del Pd è iscritto nella logica di una democrazia bipolare e dell’alternanza. Come dimostra il fallimento dell’Unione questo tipo di democrazia ha bisogno di coalizioni, ma queste ultime a loro volta hanno bisogno di un partito guida plurale. Ci separiamo e poi ci coalizziamo come partiti diversi? Non ha senso».
Tanti la pensano come Montanari. Il ragionamento è: ma se la pensate in maniera diversa su tanti temi, perché non ve ne andate?
«Io sono ancora convinto del progetto del Pd, che è valido a prescindere dagli equilibri contingenti interni. Il Pd ha dimostrato di essere un partito contendibile e non è poco. Spero che tutti continuino a volerlo così».
Cosa pensa dei riformisti del Pd?
«La minoranza “ufficiale”, quella guidata da Bonaccini, è divenuta purtroppo indistinguibile dalla maggioranza, confondendo l’unità con una forma di consociativismo. Mi sembra che sia promettente lo sforzo che ha portato alla nascita della nuova minoranza che si è mossa da Milano a Prato».
Il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, ha detto che voi minate l’unità del Pd e indebolite tutta l’opposizione.
«Boccia non sembra avere chiara la differenza tra unità e unanimismo e tra Parlamento e referendum. In Parlamento la regola è la disciplina di gruppo intorno alla maggioranza interna, fermo lo spazio per esprimere le posizioni dissenzienti. Sono stato, come parlamentare, per 8 anni su 10 in minoranza interna e non troverà mai un mio voto in dissenso. Sui referendum vale la libertà dei singoli rispetto alla legittima posizione di maggioranza, soprattutto quando la posizione è consolidata. Libertà Eguale è nata dentro il centrosinistra nel 1999 e sostiene da allora la separazione delle carriere. Non possiamo che votare sì e non c’entra chi sia segretario pro tempore».
Questa insofferenza c’entra con il fatto che siamo a fine legislatura e si comincia a ragionare sulle liste?
«Non lo so e non mi interessa. La posizione a favore della separazione delle carriere ha lunghe tradizioni nella storia dei riformisti italiani. Sarebbe strano se l’attuale Pd la ritenesse estranea a sé. Forse è diventata minoritaria in questi ultimi anni per la volontà di inseguire il M5S, ma sarebbe strano se fosse scomunicato chi la sostiene».
Bettini ha spiegato che voterà no dopo avere detto che era per il sì, perché è diventato un quesito su Meloni. Cosa risponde?
«Bettini, che a settembre ha fatto un intervento appassionato alle Camere penali a favore della riforma, ci dice ora che non ha cambiato idea nel merito, ma che vuole votare no contro Meloni. Cioè consegna a Meloni la cosa che ritiene più giusta per l’Italia. Il referendum non è un’elezione politica. La Costituzione ce lo offre come strumento di giudizio puntuale, diverso dalle Politiche. Si vota sul testo anche perché le parole della Costituzione restano, i contesti e i governi passano».
Referendum, così il sorteggio disarma le correnti
Per gentile concessione della rivista Il Mulino pubblichiamo ampi stralci dell’articolo del professor Nicolò...Finora Schlein non ha parlato.
«Non giudico i silenzi. Noi con Libertà Eguale abbiamo riaffermato in pubblico una posizione che era viva tra molti elettori del centrosinistra che vogliono battere l’attuale maggioranza alle Politiche. Penso che uno schieramento così pluralista sia più competitivo. Noi siamo abituati dal 1999 a dire in pubblico quello che crediamo nel privato. Penso che questa lealtà dovrebbe essere apprezzata da chi vuole andare a guidare il Paese con un consenso ampio. Comunque il punto non è che Schlein debba difendere noi che ci difendiamo bene da soli, ma che lei deve difendere la funzione di partito maggioritario del Pd per rendere credibile una prospettiva di alternanza».




