Il caso di Maria Rosaria Boccia che si autoribalta con un rinvio a giudizio pesante per l’eroina dei talk show progressisti; l’uscita dalla Lega del generale Vannacci con l’applauso dei programmi radical chic; la campagna della buoncostume rossa contro il comico Andrea Pucci a Sanremo; la trombonata d’orchestra per spezzare la bacchetta di Beatrice Venezi; le inchieste boomerang sul gruppo di informazione social di Esperia; l’ostracismo kamikaze sugli scrittori, giornalisti e editori non allineati al pensiero della cupola democratica. Nella guerra santa contro la dittatura immaginaria, l’opposizione sta rafforzando l’idea che non c’è «nulla di peggio del fascismo degli antifascisti».
Cosa vi sta succedendo, compagni? Sto leggendo alcuni documenti d’archivio sulla vita interna del Partito comunista italiano durante l’era di Enrico Berlinguer, è un’immersione istruttiva nella storia. La lettura dei verbali delle riunioni della direzione e della segreteria dell’epoca - in piena Guerra Fredda, con il terrorismo ancora vivo e una potente competizione a sinistra con i socialisti - misura il tracollo della cultura politica degli eredi di Berlinguer. La decadenza del progressismo non riguarda solo l’Italia, ma la storia ha un peso - il Pci fu il più grande partito comunista d’Occidente - e lo stato dell’opposizione, che insegue il caso del giorno e non sa distinguere tra il bene e il male, ha un impatto sulla qualità della nostra democrazia e sul funzionamento delle istituzioni.
La strategia dello sfascio inseguita dal campo largo ha un orizzonte ristretto, non è un programma politico per l’alternativa di governo, è solo la ricerca quotidiana di un «punto di rottura» nel centrodestra. Il problema è che la maggioranza non si rompe e così, in permanente crisi isterica, come rabdomanti vanno a caccia di un nuovo nemico pubblico, sfidando la forza di gravità del ridicolo. Sono bambini che rompono il giocattolo perché non hanno capito come funziona, si chiama politica.




