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OPINIONE

La televisione è cambiata ma la politica non lo capisce. E non sono solo canzonette

di Mario Sechigiovedì 26 febbraio 2026
La televisione è cambiata ma la politica non lo capisce. E non sono solo canzonette

4' di lettura

Dove va la tv? Se vedi Sanremo e segui lo pseudo-dibattito politico che sta sopra e sotto il Festival la risposta è solo una, da nessuna parte. Nelle cose spicciole del panorama dei media, Sanremo è una pepita, non l’intera miniera, certamente è un’occasione da cavalcare al minimo spunto polemico, come ha fatto il Partito Democratico sulla performance della signora Gianna Pratesi, centenaria alla quale dobbiamo grande rispetto, ma certo sfruttarne l’immagine per fare bassa propaganda rivela una certa miseria nel dibattito politico.

Resta la domanda, che è ghiotta, dove va la tv? La legislatura è arrivata al giro di boa del referendum e sta per entrare nel rettilineo che porta al traguardo delle elezioni, di Telemeloni non v’è traccia e non è un fatto di cui vantarsi troppo, perché significa che è mancato più di qualcosa sul piano della progettualità dei contenuti, del pluralismo culturale, del servizio pubblico. La cultura di base della Rai è rimasta quella di sempre, almeno quella degli ultimi trent’anni, perché al di là delle facce che vanno in video, la macchina è ancora saldamente in mano alla sinistra, dallo storytelling alle voci che lo realizzano. Non bisogna illudersi, chiunque si sarebbe scontrato con questo Moloch, come ho già scritto altre volte, tutti si illudono di guidare la Rai, alla fine ne vengono guidati.

Dunque, il centrodestra ha un percorso netto ininfluente su quello che invece è il futuro della televisione generale, complice anche il fatto che siamo in un regime cristallizzato (Rai, Mediaset, La7 e altri soggetti allo stato nascente) che però dimentica un elemento decisivo: la televisione italiana è almeno cinque anni indietro rispetto a quello che sta accadendo nel sistema dei media negli Stati Uniti e in parte anche in Europa.

Lo scenario dei mezzi di comunicazione è in via di consolidamento e nello stesso tempo polverizzazione, si sta aggregando e frazionando in tribù, alle quali vanno offerti prodotti singoli, eventi, notiziari che rispondono ai bisogni singoli e a un immaginario che di volta in volta muta.

Scrivere che il pubblico della televisione tradizionale è anziano è banale, scoprire però che anche questo consumatore sta cambiando fa invece una certa differenza. Sanremo è un long seller che sta sullo scaffale di una libreria ricca (quella della Rai) ma è posizionato su una via sempre meno trafficata.

Sono i dati dell’Agcom a dire che gli ascolti nel giorno medio nel prime time e in generale nell’intera programmazione sono in calo. La tv italiana ha mostrato una resistenza ignota in altri Paesi, ma è solo una questione di tempo e non a caso Mediaset ha puntato su un’espansione europea, per costruire un’azienda multi-nazionale in grado di reggere all’ondata in arrivo. Polarizzare il festival di Sanremo significa inseguire un fantasma, cercare di afferrare il pulviscolo, mentre alle tue spalle c’è il big bang della comunicazione e un salto generazionale impressionante. Che all’Ariston ci sia anche la politica oltre alle canzoni è lapalissiano, che il Festival sia di volta in volta bello o brutto è come scoprire l’acqua calda, ma che missione ha il servizio pubblico (di cui le news sono solo un aspetto, neanche il più importante in questo momento) questo è rilevante. È una questione di visione, missione, cultura, pluralismo. Sono tutte cose rimaste a mezz’aria che hanno bisogno di anni di lavoro per essere elaborate, sono valide solo se diventano un’anticipazione del futuro, non sarà una consiliatura di un Cda (a cui peraltro manca ancora il presidente) a tracciare la rotta definitiva, si possono studiare cose importanti ma alla fine la domanda con cui ho iniziato questo articolo resta senza una risposta: dove va la tv?

Faccio un esempio: il broadcasting tradizionale continua oggi a produrre la maggior parte dei ricavi, ma è in declino, mentre la pubblicità online (che rappresenta il 61% del totale del mercato) va copiosa verso Google e Meta, due giganti americani che insieme ad altri protagonisti dello scenario digitale come Amazon, hanno cominciato a acquistare contenuti e a produrne di nuovi, in chiave italiana. Se a questi aggiungiamo la presenza di Netflix e l’arrivo in Italia di HBO-Max il quadro si fa movimentato, ma anche il mercato dei contenuti a pagamento si consoliderà e il tetto delle sottoscrizioni è un fatto reale e per questo il sistema free di Raiplay e Mediaset ha una sua ragione d’essere.

Di intelligenza artificiale e televisione non si sente parlare, eppure lo tsunami è alle porte e anche la barriera della lingua all’ingresso (l’italiano) avrà una durata limitata, uno svantaggio in termini di espansione all’estero paradossalmente era un vantaggio competitivo in termini di protezione del mercato, ma anche questa diga cadrà. Avete mai sentito un politico parlare di queste cose, del futuro della nostra cultura? Fanno i post su Sanremo, ma non si occupano di mercato, impresa, competizione, difesa del prodotto italiano. La sovranità digitale, che è la vera battaglia geopolitica in corso, è fuori dai radar. Cantiamo, ma non sono solo canzonette.