Il 3 gennaio del 2020 un missile Hellfire americano eliminò il generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad. Soleimani era il capo della forza Quds, l’uomo più vicino all’ayatollah Ali Khamenei, lo considerava quasi come un figlio, l’architetto della guerra dell’Iran in Medio Oriente. Dirigevo l’agenzia di stampa Agi, le notizie sfrecciavano sulla rete globale, eravamo di fronte a una svolta nel Medio Oriente, ho un vivissimo ricordo della notte del blitz ordinato da Donald Trump, perché quello fu il momento in cui l’Iran cominciò a cadere. Non ho ricordo invece di una sola sillaba di condanna dell’attacco made in Usa da parte degli attuali alfieri del «diritto internazionale».
Silenzio. Giuseppe Conte, allora premier auto-ribaltato della maggioranza giallo-rossa, non disse nulla. Ma come, compagni? I missili americani violarono lo Stato sovrano dell’Iraq e i progressisti tacquero. Erano a Palazzo Chigi e nulla dissero. Le labbra di Giuseppi erano cucite dalla realpolitik. Sono le stesse sagome che chiedono ogni giorno a Giorgia Meloni di «prendere le distanze» dagli Stati Uniti e da Israele, cosa che ancora ieri la premier ha fatto in aula, differenziandosi, ma senza tradire l’idea di Occidente, distinguendo tra Bene e Male, tirannide e democrazia.
Loro, i sinistrati di Hormuz, questo coraggio non l’hanno mai avuto, anzi li abbiamo visti accompagnare i cortei anti-semiti, disperarsi per Maduro, invocare il processo contro Israele, e dimenticare le stragi degli innocenti, la Bomba di Teheran, lo sterminio e la caccia all’ebreo. Impartiscono lezioni, evocano «le regole», apparecchiano tavolate di bon ton diplomatico, ma la realtà è che sono a caccia dei voti degli ingenui, dei qualunquisti. Non hanno alcuna idea di cosa sia l’interesse nazionale, ma conoscono benissimo l’interesse personale.




