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Umberto Bossi, che pena gli urlatori che usano il Senatùr contro la sua Lega

I quattro fessi che hanno sporcato i funerali contestando Salvini, con tutta probabilità, sono gli stessi che inneggiavano al Capitano quando portò il Carroccio oltre il 30%
di Fabio Rubinilunedì 23 marzo 2026
Umberto Bossi, che pena gli urlatori che usano il Senatùr contro la sua Lega

3' di lettura

I quattro pirlacchiotti - quattro proprio di numero - che hanno “sporcato” il funerale di Umberto Bossi urlando contro Matteo Salvini, con ogni probabilità sono gli stessi che inneggiavano al Capitano quando la Lega veleggiava oltre il 30% garantendo poltrone per tutti. Anche a molti di loro. Poi, una volta rimasti col sedere all’aria, se ne sono andati sbattendo la porta, cercando di fondare leghine e leghette con il chiodo fisso di tirare per la giacchetta Umberto Bossi. 

E proprio qui sta la parte più squallida dell’operazione. Una parte alla quale anche la famiglia del “Capo” ha detto basta, chiudendo le porte a tutti coloro i quali, per mesi, hanno millantato amicizie, pubblicato foto fuorvianti e attribuito intenzioni mai corroborate dai fatti. Il tutto mentre Manuela, la moglie-amica-complice di Bossi, spiegava a tutti che fino all’ultimo il suo Umberto pensava alla Lega e mai e poi mai l’avrebbe voluta divisa: «Dovete lavorare per l’unità del partito», ha detto a tutti quelli che in questi giorni hanno varcato la soglia della villetta di Gemonio. Proprio qui sta l’inghippo: i contestatori per interesse, in quella villetta non ci hanno messo piede e non certo per volontà loro.

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Troppe volte negli ultimi anni il nome del fondatore è stato accostato - sporcandolo - a manovre truffaldine. E allora ecco che le porte di casa Bossi si sono aperte a pochi, pochissimi: dall’ex, oggi in Forza Italia, Marco Reguzzoni (che per Bossi pre-cerchio magico era quasi come un quinto figlio), a Giancarlo Giorgetti e Attilio Fontana. Fino a Matteo Salvini: un gesto significativo, al pari dell’abbraccio affettuoso che ieri Manuela e Renzo gli hanno dedicato sul sagrato dell’Abbazia di San Giacomo Maggiore. Un gesto che ha un chiaro significato: la Lega è una e una soltanto, anche se non è più quella pensata dal Bossi; anche se le frizioni tra il Capo e il Capitano non sono mancate. Ma ora basta, ora conta solo la volontà di stare uniti. Chi ci sta ci sta e chi non ci sta, come avrebbe detto l’Umberto... fora di bal!

Ieri mattina a Pontida, invece, si è assistito a un patetico tentativo di alcuni di farsi pubblicità sulle spoglie mortali di un uomo che al Carroccio ha sacrificato anima, corpo e salute. Bandiere e striscioni di questo e quel partitino (i lettori ci perdoneranno se non li citiamo per nome e cognome, ma la pubblicità gratuita non è nelle nostre corde), che sventolavano nel disperato tentativo di conquistare un titolo su uno di quei giornaloni che, da oltre quarant’anni, intingono il pennino nel curaro prima di scrivere della Lega. Missione compiuta e chissenefrega di tutto il resto.

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Discorso diverso va fatto per i cori che all’arrivo e all’uscita del feretro si sono librati in cielo: «Padania libera»; «Secessione»; «Roma ladrona la Lega non perdona», financo il «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Anche qui, qualcuno ha voluto dare loro un significato di rottura col presente. Non capendo che, in realtà, quello è stato il canto di un popolo, il popolo padano, che tributava l’ultimo saluto al Capo che quegli slogan li aveva inventati e urlati lì vicino, sul pratone che ha visto e vedrà nascere tutte le battaglie dell’unica Lega, fondata da Bossi, traghettata da Maroni e ora guidata da Salvini. Con buona pace di quei quattro pirlacchiotti.