Le nuove regole europee sui rimpatri riescono a ridare un po’ di buonumore a Giorgia Meloni. «L’Europa va finalmente nella direzione giusta, su una linea che l’Italia ha sostenuto con forza», commenta la premier. La partita più difficile, però, ora si gioca a Roma, ed è quella del rilancio del governo dopo la vittoria del No al referendum e le dimissioni di Andrea Delmastro da sottosegretario alla Giustizia, di Giusi Bartolozzi da capo di gabinetto di Carlo Nordio e di Daniela Santanchè da ministro del Turismo.
Quest’ultima casella è la più importante. Meloni ha deciso di tenerla per sé, inizialmente. Ieri sera ha inviato a Sergio Mattarella il decreto con cui assume l’incarico ad interim e il presidente della repubblica ha messo la propria firma. Una procedura rapida, senza colloquio al Quirinale tra i due: è stata sufficiente una breve telefonata. A cose fatte, la premier ha ringraziato Santanchè, «che ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano».
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"La Daniela ha fatto bene a dimettersi, perché glielo chiedeva la Giorgia che è una persona strepitos...Meloni, in questo modo, avrà il tempo per decidere con calma il nome del prossimo ministro del Turismo. La rosa dei nomi comprende quello del leghista veneto Luca Zaia. Una scelta impegnativa, visto che si tratta di un peso massimo della Lega. Se toccasse a lui, con ogni probabilità il pacchetto di deleghe in capo al ministero diventerebbe più pesante di come è stato sinora. Non è l’unica soluzione: altre portano a Giovanni Malagò, ex presidente del Coni, alla presidente dell’Enit, Alessandra Priante, e soprattutto a Gianluca Caramanna, deputato di Fdi che ha lavorato, ad alto livello, nell’industria del turismo. Da qui a quando si farà la nomina, però, molto può cambiare. Non solo per ciò che riguarda il ministero del Turismo.
Esistono percorsi alternativi al semplice ricambio di un ministro, infatti, che la premier a questo punto può imboccare. Ipotesi più estreme, sinora non contemplate, ma che iniziano ad affacciarsi nei ragionamenti di alcuni parlamentari vicini a Meloni. Uno è il rimpasto: significherebbe passare al “Meloni bis” e la premier dovrebbe rinunciare all’obiettivo di guidare il governo più longevo della storia repubblicana, traguardo che raggiungerebbe se questo esecutivo restasse in carica sino ai primi di settembre. Ritenuto impossibile sino a pochi giorni fa, lo scenario del rimpasto oggi è semplicemente improbabile.
L’altra scelta, ancora più radicale, è la richiesta al capo dello Stato di sciogliere le Camere e andare subito alle elezioni. I fattori che la sconsigliano sono molti: è in atto una guerra che ha riflessi sull’economia italiana, la maggioranza parlamentare è solida e una scelta simile, obietta chi la contrasta, sarebbe difficile da spiegare agli elettori. E poi significherebbe andare al voto con la legge elettorale attuale, che pare fatta apposta per produrre un parlamento ingovernabile. Per questi e altri motivi la premier esclude questa ipotesi, che dentro Fdi qualcuno vede con favore.
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Raccontano che Giorgia Meloni si fosse presa (e avesse dato) un giorno di tempo, dopo la clamorosa nota uscita da Palazz...La sostituzione della sola Santanchè appare quindi la strada più credibile. Magari da fare insieme alla nomina del successore di Delmastro, per il quale il nome forte è quello di Sara Kelany, avvocato e deputata di Fdi, stimata da Nordio. L’alternativa, assai meno quotata, è che le deleghe di Delmastro siano “spalmate” tra il viceministro Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e Andrea Ostellari (Lega). Più urgente, comunque, trovare un nuovo capo di gabinetto, e infatti ieri il guardasigilli ha nominato in questo incarico Antonio Mura, attuale capo dell’ufficio legislativo di via Arenula, apprezzato anche da Alfredo Mantovano, sottosegretario di palazzo Chigi.
Nomine importanti, ma per il rilancio del governo servirà altro. Per questo c’è un’espressione che torna sempre più spesso nelle conversazioni a palazzo Chigi e al ministero dell’Economia, ed è «finanziaria di crescita»: l’ultima manovra della legislatura dovrà alleggerire la pressione fiscale e dare una spinta importante all’economia. Il conflitto in Medio Oriente complica il progetto, ma la speranza è che finisca presto, e ci sono due fattori che remano nel verso giusto. Uno è l’uscita dalla procedura Ue d’infrazione per deficit eccessivo, che potrebbe avvenire già in questa primavera, in anticipo sui tempi: c’è un certo ottimismo che Bruxelles possa dare il via libera. L’altro, invece, è già una certezza: nel 2027 l’impatto dei crediti di imposta da Superbonus sui conti pubblici scenderà di molto. Entrambi significano ossigeno per le casse dello Stato e spazio d’azione politica per il governo. È l’argomento che usa chi spinge per andare avanti con questo governo fino a settembre e oltre: una scossa economica può fare molto più di un rimpasto.




