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La Resistenza italiana non c'entra con Gaza

Da anni il 25 aprile è preso in ostaggio da parassiti, che sventolano in primis la bandiera palestinese e usano questa data per fare propaganda
di Tiziana Della Roccalunedì 27 aprile 2026
La Resistenza italiana non c'entra con Gaza

3' di lettura

Il 25 aprile non è una commemorazione neutrale, né un contenitore da riempire a piacimento: è la data in cui si celebra la fine di un regime che, fra l’altro, ha perseguitato, espulso, deportato e ucciso migliaia di ebrei italiani, e la vittoria di chi, in forme diverse, ha contribuito a sconfiggerlo. Dentro questa storia stanno insieme la Brigata Ebraica, che ha combattuto sul suolo italiano contro il nazifascismo, e ricordiamolo, perché c’è chi il 25 aprile ne vorrebbe cancellare la storia: fu un’unità dell’esercito britannico composta da volontari ebrei della Palestina mandataria, veri combattenti antifascisti sul suolo italiano, che hanno contribuito a liberare diverse aree del Nord. E insieme a loro gli ebrei italiani, che quelle persecuzioni hanno subito, partecipando essi stessi alla Resistenza, come partigiani, staffette, organizzatori. Vi dicono qualcosa nomi come Eugenio Colorni o Leone Ginzburg? La Festa della Liberazione riguarda anche loro, a pieno titolo. Non come elemento “laterale”, ma come parte integrante della storia che si celebra. Senza di loro, quel racconto è mutilato.

Da anni il 25 aprile è preso in ostaggio da parassiti. Chiamiamoli così, una volta per tutte. Sono i parassiti del 25 aprile: l’Anpi, con la sua immonda dirigenza, e questi fan dell’islamismo politico che odiano gli ebrei e Israele, che sventolano in primis la bandiera palestinese e usano questa data per fare propaganda, paragonando la Resistenza italiana alla situazione palestinese, pur sapendo benissimo che Gaza non è governata dalla resistenza ma da Hamas. È una torsione infame del significato storico.

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Quest’anno, a Roma, hanno sventolato addirittura le bandiere dei terroristi di Hezbollah e del regime dei mullah: simboli di altre dittature antisemite, esibiti durante la giornata che celebra la fine di una dittatura antisemita. Sono sempre gli stessi che a Milano cacciano la Brigata Ebraica al grido: «siete saponette mancate». Ma ancora più inquietante di ciò che è accaduto a Milano, Roma, Bologna è la reazione, o meglio la non reazione, di quell’area politica che si definisce antifascista per antonomasia. Bolleranno tutto come un incidente di piazza, provocato da pochi, magari condannandolo a parole e promettendo riflessioni che non arrivano mai. Senza riconoscere che si tratta invece di atti deliberati, pensati apposta per produrre una frattura simbolica: escludere e insultare, guarda caso, proprio la Brigata Ebraica; colpire gli ebrei di oggi che partecipano al corteo se portano un segno della loro identità, marchiandoli come «sionisti, terroristi, genocidi», per colpire gli ebrei di ieri che hanno subito le leggi razziali del 1938.

È questo il fondamento storico che si pretende di assassinare. E qui veniamo al punto: l’odio antiebraico, persino in una piazza come quella del 25 aprile — che dovrebbe esserne immune, ma non lo è mai stata — è esploso con nuova forza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Da quella data in poi, il legame tra gli ebrei della diaspora e lo Stato di Israele si è consolidato in un senso profondo di destino e di identità condivisa, a un livello che non si era visto prima. La maggioranza degli ebrei si è mobilitata con iniziative concrete a sostegno dello stato ebraico attaccato, mentre nei Paesi di residenza si è registrato, in parallelo, un incremento evidente degli episodi di antisemitismo.

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La diaspora, quindi, è parte integrante dell’identità ebraica, al pari del sionismo: è una risorsa fondamentale, culturale e politica, per lo Stato ebraico. E negli antisemiti è proprio questa singolarità dell’identità ebraica, intesa come punto di forza, a suscitare tale violenza e invidia. Sanno che oggi il popolo ebraico ha trovato il rimedio alla sua terribile ferita: non più facili prede di avvoltoi, gli ebrei hanno una nazione, uno Stato, un esercito. Il «mai più» oggi significa mai più rassegnazione tragica e fatale all’antisemitismo, come fosse un pegno da pagare. A maggior ragione sono loro i veri eroi da celebrare, assieme al popolo ucraino che continua a combattere contro l’impero russo.

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