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Pd, "vietare la parola remigrazione": ecco perché i dem perderanno sempre

di Daniele Dell'Orcovenerdì 19 giugno 2026
Pd, "vietare la parola remigrazione": ecco perché i dem perderanno sempre

3' di lettura

Per risolvere le questioni politiche più spinose, Gallo Cedrone voleva rimuovere il Tevere da Roma. Il Pd, invece, i lemmi indesiderati dal dizionario. In occasione della Giornata internazionale per il contrasto ai discorsi d’odio, durante la conferenza “Contrasto all’hate speech nel discorso pubblico” tenutasi al Senato, il dem Francesco Verducci, coordinatore della No Hate Parliamentary Alliance del Consiglio d’Europa, ha lanciato una proposta radicale: «La parola “Remigrazione” racchiude il concetto di una deportazione di massa su base razziale, contraddice tutti i principi della nostra Costituzione ed è, di per sé, istigazione all’odio. Va eliminata dal linguaggio della politica: tutte le forze politiche facciano un patto per bandirla».

Verducci, che riveste anche il ruolo di vicepresidente della commissione Antidiscriminazioni del Senato, ha poi esteso la sua requisitoria ai meccanismi digitali, evocando scenari inquietanti: «Sui social network si è affermato un nuovo squadrismo, fatto di algoritmi che generano e moltiplicano insulti, disprezzo e minacce di morte in quantità tale da rendere impossibile non solo cancellarli, ma persino arginarli». Da qui la richiesta di un codice di condotta per candidati e amministratori, inteso come strumento di «trasparenza e responsabilità pubblica», poiché «gli algoritmi non sono neutrali: premiano e monetizzano i contenuti più divisivi».

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Sulla costituzionalità del termine “Remigrazione” si è espressa con cautela la presidente emerita della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, che non ha citato il termine specifico e si è limitata ad esortare tutti a «disarmare le parole». Ma il problema sta nell’impianto logico e politico di iniziative del genere, che scivola rapidamente nella pretesa censoria. Stabilire per via pattizia o istituzionale quali parole possano abitare il discorso pubblico rappresenterebbe un ennesimo precedente pericoloso. Oltre che, e questo i progressisti proprio non lo impareranno mai, renderlo mille volte più popolare. Per quanto possa piacere poco il nome in sé, la dottrina politica e sociologica legata alla gestione identitaria dei flussi migratori è un tema che i cittadini pretendono venga trattato. Cedere al vizio di un dirigismo linguistico di stampo squisitamente orwelliano non farebbe altro che conferire a qualcuno il diritto di decidere, in ultima istanza, dove finisca la legittima critica e dove inizi l’odio.

Su questo fronte risuonano le recenti e accorate preoccupazioni di un altro onorevole dem, l’europarlamentare Sandro Ruotolo, il quale aveva puntato il dito contro la circolazione social di video e post in occasione delle rivolte di Belfast. L’idea che lo Stato o i partiti debbano “regolare” gli algoritmi per purificare il web, che guarda caso parte sempre dallo stesso lato politico, nasconde un’aspirazione ben più famelica: la restaurazione di quel sistema di controllo ideologico che ha caratterizzato la prima era dei social media.

Un’epoca in cui, prima che Elon Musk acquistasse X (allora Twitter) nel 2022, e ne facesse saltare il banco, la moderazione dei contenuti non era affatto un esercizio di neutralità, ma era appaltata a schiere di “mediatori” tutt’altro che imparziali. I “comitati di salute pubblica” digitali applicavano una vera e propria ingegneria del silenzio. Pratiche sistematiche di shadow banning venivano adottate per ridurre artificialmente la visibilità di account sgraditi, e la censura preventiva arrivò al paradosso del blocco totale di notizie scomode a ridosso delle elezioni- come lo scoop negli Usa del New York Post sul laptop di Hunter Biden -, bollate preventivamente come disinformazione per poi rivelarsi drammaticamente autentiche. Sotto il paravento della sicurezza e dell’inclusività, si tutelava unicamente l’ortografia progressista. Il rischio reale, dietro la retorica dei codici di condotta, è proprio il ritorno a quel modello: un ecosistema in cui il dissenso viene catalogato come “squadrismo” e la censura di parte viene ribattezzata “tutela dell'ordine pubblico”.

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