È facile sproloquiare di «remigrazione» e «deportations». È più difficile che Massimo Giannini, Lilli Gruber, Tomaso Montanari, Corrado Formigli e gli altri soliti noti comprendano che la remigrazione e le deportazioni - quest’ultime prima di Trump venivano chiamate «rimpatri» - le ha volute la sinistra. Non sono scempi delle redivive camicie nere.
In Italia a rafforzare il sistema di espulsioni è stata la legge Turco -Napolitano, nel ’98, che tra le altre cose ha introdotto i primi centri di detenzione amministrativa per i clandestini di cui non si poteva procedere subito all’espulsione. Erano i Cie, poi diventati Cpr.
Quello vergato dal futuro capo dello Stato e dal ministro per la Solidarietà sociale è stato il primo testo organico in fatto di migrazioni e ha suddiviso le espulsioni in amministrative e giudiziarie, suddivise a loro volta in due tipi: per gli stranieri condannati per reati con pena superiore ai dieci anni o comunque considerati socialmente pericolosi; e per gli immigrati condannati per reati minori con pena detentiva da scontare inferiore a due anni. Non ci risulta, ma la memoria potrebbe farci difetto, che i campioni della sinistra abbiano mai accusato di razzismo Re Giorgio.
E com’è andata negli Stati Uniti, patria dei diritti ovviamente prima che si insediasse Trump? Bill Clinton nel ’96 ha approvato l’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act, legge che ha esteso i reati che prevedono l’espulsione, oltre che l’allontanamento dei residenti condannati per crimini particolarmente gravi. Clinton e la sua internazionale nera.
BOOM
La remigrazione è esplosa col democratico Nobel per la pace Obama; è proseguita con il «lucidissimo» Joe Biden – sharp as a tack, “sveglio come una volpe” lo definiva l’America progressista – e la remigrazione con quel razzistaccio di Trump è rallentata rispetto all’umanitario Barack, il che non è un punto a favore di Donald ma i numeri dicono questo. Obama durante il primo mandato ha espulso 2,9 milioni di persone, dato del Department of Homeland Security, oltre che del DHS Yearbook of Immigration Statistics; Trump, nel primo mandato, è arrivato a un milione e mezzo.
Negli otto anni di Obama alla Casa Bianca le espulsioni sono state 3,6 milioni, seguendo un ritmo senza precedenti e finoNel 2008, ultimo anno di George W. Bush, si contano 370mila rimpatri. Nel 2009 con l’arrivo di Obama sono saliti a 390mila, fino ai 409mila del 2012, di cui il 55% riguardava stranieri con precedenti penali, uno dei punti cardine della «remigrazione». Questa statistica, estesa ai due mandati, è del 43%. Il paladino dem Obama, solo il primo anno, sommando i respingimenti alla frontiera ha tenuto e sbattuto fuori dagli Usa 582mila persone tra clandestini e remigrati. Si è guadagnato l’appellativo di Deporter in chief, “deportatore capo”, affibbiatogli dal presidente dell’UnidosUs, la più grande associazione di latinoamericani degli Usa. E Biden? Basta l’articolo di Avvenire del 20 dicembre 2024: «Sotto la sua presidenza, nell’ultimo anno, è avvenuta la più grande espulsione di migranti dagli Stati Uniti». Con la coppia Biden-Harris (la vicepresidente aveva la delega all’immigrazione) un immigrato espulso su tre (32%) aveva commesso reati.
PROFEZIA
Non ditelo a Giannini, il quale ieri su Repubblica ha dato lezioni di integrazione alle destre mondiali (sono tutti scemi tranne lui), e il primo agosto 2024 in un pezzo memorabile vaticinava il trionfo di Kamala contro «il tycoon miliardario con 34 capi d’imputazione e molestatore seriale di donne». «Se ce l’ha fatta l’underdog della Garbatella, come può non farcela la ragazzaccia di Oakland?». Una prece. Torniamo all’articolo di ieri.
Selezioniamo tre passaggi: «l’odio atavico» contro gli immigrati che «riesplode» dopo le violenze di Belfast, che ovviamente sono esplose perché la comunità straniera, compreso il sudanese che ha provato a decapitare un poveretto, si è integrata a meraviglia. Secondo: «Non basta più accogliere i regolari e respingere gli irregolari», scrive polemicamente – in effetti respingere i clandestini è un abominio – «bisogna espellerli tutti, compresi quelli con diritto d’asilo e permesso di soggiorno», e qui Giannini conferma che sulla remigrazione ha capito tutto, al contrario. Altra chicca: «Il nuovo Patto sulle migrazioni segna una regressione verso l’ideologia dell’apartheid cara alle destre estremiste». Tre quarti d’Europa, compresa la socialdemocratica Danimarca – terra di vichinghi e razzisti – vuole la segregazione.




